12 Regole per una coppia duratura e felice

A cura del Dott. Marco Salerno, psicologo psicoterapeuta umanistico integrato a Roma.


Pur essendo sommersi da libri, scritti, decaloghi, su come vivere una vita di coppia felice, abbiamo dimenticato un dato fondamentale:  ogni coppia e’ costituita da due individui differenti e a se’ stanti. Partendo da questo presupposto, possiamo comprendere con maggiore chiarezza che il detto “due cuori e una capanna” nella realta’ soffoca la maggior parte delle persone, poiche’ pensare di condividere completamente con un’altra persona, tempo, spazio, interessi, pensieri, alla lunga porta a detestarsi reciprocamente e ad allontanarsi. Avete presente gli esperimenti fatti suoi topi che sono costretti a vivere in uno spazio angusto per troppo tempo? Dopo un po’ impazziscono, diventano aggressivi o si deprimono. Questo paragone, che a qualcuno puo’ sembrare azzardato, ci aiuta pero’ a rivedere il concetto di coppia in una ottica nuova.
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Non mi sento bene da troppo tempo, perche’ non chiedere aiuto?

25/07/2013

A cura del Dott. Marco Salerno, Psicologo Psicoterapeuta a Roma


Ecco, un’ altro psicologo, direte voi!!! Cosa avra’ da dire anche lui?

Pur contravvenendo a tutte le regole della corretta comunicazione vi rispondo con un’altra domanda:  come e’ possibile che, con tutti questi psicologi sulla piazza, le persone stanno sempre peggio ? Questa domanda credo richieda piu’ di una risposta, poiche’ e’ sotto gli occhi di tutti noi come le relazioni, la comunicazione tra individui, l’amore, l’amicizia, il contesto lavorativo, sono solo alcuni tra gli ambiti che risentono sempre di piu’ di un malessere generalizzato, determinato sia da condizioni oggettive esterne sia dal modo personale di affrontare la vita, che ogni individuo mette in atto giornalmente .

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Natale: tempo di gioia o di vecchi dolori? Come ridurne il peso e intensificarne il valore.

“Natale: tempo di gioia o di vecchi dolori? Come ridurne il peso e intensificarne il valore”.

Dott. Marco Salerno 23/12/2012

Natale tempo  di gioia, di condivisione e di regali? Non per tutti sembra. Un famoso drammaturgo irlandese, G.B. Shaw lo definisce una atroce istituzione, dove tutti sono “obbligati” ad andare a cene con famiglie che non vedono mai, si indebitano per fare compere, per fare regali a persone che sentono raramente, sottoponendosi ad uno degli stress più forti dell’anno. Inoltre ci si mette anche la crisi che costringe a ridurre le spese, acutizzando ancor di più la sensazione di impotenza di rendere felici chi si vuole bene perché non è possibile inondarli di doni. Il clima di gioia artificiosa, imposto in largo anticipo con una pubblicità martellante che spinge sempre più ad acquistare, di certo non aiuta a liberarsi da questa spirale diabolica che  stritola molti completamente.

Il Natale è una pietra miliare, un rito di passaggio durante il quale siamo costretti a fare un bilancio dell’anno che sta volgendo a termine, per cui spesso il confronto tra il nostro vissuto e la felicità irreale che ci viene proposta crea un vuoto spesso inaccettabile, da cui ne usciamo sempre a pezzi. Oltre ad essere un rito, diventa un incubo che matematicamente esaspera lo stato d’animo di ognuno di noi, costretti a passare per la strettoia degli affetti sperando che qualcosa quest’anno miracolosamente vada meglio dei precedenti. In questo periodo chi soffre di disturbi dell’umore vede ancor più acutizzati i propri stati d’animo, possono nascere o aggravarsi degli stati depressivi, poiché ci si può sentire inadeguati rispetto al clima di gioia patinato e poco autentico. I contesti familiari diventano dei veri campi di battaglia affettivi dove ognuno, pur volendo essere riconosciuto, ricopre troppo spesso un ruolo immutabile anche se cresce, cambia e si evolve, come se non arrivasse mai il momento e il diritto di rinnovarsi e di scegliere se partecipare liberamente a questa festa.

L’anomalia creata durante il Natale è una sorta di artificio affettivo secondo cui in questi giorni si dovrebbero sospendere le tensioni e i vuoti che ognuno porta con se. Per fortuna ci pensa il nostro corpo a ricordarci se le scelte che facciamo sono buone per noi, mandandoci segnali fisici di ogni genere che rivelano agitazione e tensioni, tra cui i più diffusi sono le  sensazioni di nervosismo e di ansia, i disturbi gastrointestinali, pruriti, arrossamenti, torcicollo, cistiti. L’organismo esprime la nostra storia familiare e la rivive quando ci mettiamo in una situazione emotivamente dannosa, poiché riemergono conflitti sopiti, i sensi di colpa ci arrivano in piena faccia come un pugno, amplificando la rabbia e la tristezza dovuta a quello che vorremo fare  e che non sempre siamo in grado di realizzare. In psicologia clinica si parla di “sindrome depressiva natalizia” rintracciata per la prima volta in uno studio svolto nel 1981 in America (Feelings about Christmas, as reported by psychiatric emergency patients, Velamoor, Varadaraj et al) che evidenzia come i pazienti riferiscano che gli stati d’animo più frequenti durante il periodo natalizio siano il senso di solitudine, il sentimento di mancanza di una famiglia, i ricordi e preoccupazioni economiche. Emergono emozioni legate a eventi del passato che non sono stati elaborati e che si ripropongono sotto forma di conflitti familiari, di ricordi infantili passati, di relazioni irrisolte e di ricorrenze che a volte riportano a un tempo che non esiste più.  Il paradosso più folle di questa ricorrenza è che, pur essendo una occasione in cui l’amore dovrebbe essere il protagonista assoluto, non si tollera chi non è allineato con il clima di gioia e di felicità proposto ad oltranza, per cui chi non si adegua è fuori dal gioco. Questo approccio non fa altro che deteriorare gli stati d’animo di chi prova tristezza e malinconia, poiché determina una percezione di inadeguatezza rispetto al contesto.

Per uscire indenni dalle prossime festività ci sono alcuni semplici accorgimenti da tenere presenti che possono aiutare ad affrontare i momenti di difficoltà. Quando avvertiamo il senso di colpa per non essere contenti come gli altri o non adeguati al clima natalizio, sentiamoci liberi di condividere queste sensazioni con chi vogliamo, parliamone liberamente senza reprimerle. È molto più costruttivo accettare i propri stati d’animo e viverli piuttosto che rimuoverli e indossare un abito emotivo che non ci si addice in quel particolare momento. Chiediamoci non solo cosa non ci piace del Natale ma recuperiamo anche quegli aspetti dimenticati collegati a questo evento che possono richiamare ricordi piacevoli. Piuttosto che rimuginare su quello che non vogliamo, tentiamo di crearci un’alternativa valida, attendere passivamente che questo periodo di festa passi, costituisce uno spreco di tempo prezioso della nostra vita. Fuori dal nostro mondo c’è sempre qualcuno che ha bisogno di aiuto, il vecchio adagio “c’è sempre chi sta peggio” a volte aiuta soprattutto quando anche un semplice gesto costituisce un grande aiuto per chi lo riceve. Il consumismo sfrenato ci porta anche ad indugiare troppo in pranzi e cene che più che essere momenti di convivialità diventano occasioni per riempire vuoti con quantità di cibo che danneggiano il nostro organismo. Bilanciamo la nostra alimentazione e cogliamo anche l’occasione per riprendere il contatto con la natura che spesso perdiamo, vivendo in aree urbane dove gli spazi verdi sono ridotti al minimo. Dipende esclusivamente da noi come scegliamo di vivere questo Natale, se vogliamo veramente renderlo diverso dai precedenti e riempirlo di significato, recuperiamo il senso profondo dello scambio e della condivisione che troppo spesso è sostituito da un bisogno compulsivo di riempire facendoci sentire in realtà sempre più vuoti.

Il lavoro non bussa alla porta. Arriva il consulente per l’autoanalisi

“Il lavoro non bussa alla porta. Arriva il consulente per l’autoanalisi”

La necessità di riposizionare sul mercato del lavoro un grande quantitativo di risorse temporaneamente inattive a causa di licenziamenti, ha reso necessario sviluppare strategie utili a riqualificarle e a favorirne nuovamente la ricollocazione.

Questo nuovo assetto ha rivoluzionato il modo adottato fino ad oggi di cercare lavoro, poiché sollecita ad abbandonare un atteggiamento attendista che alimenta solo una sensazione di impotenza, stimolando a mettersi in gioco proattivamente.

Le realtà organizzative che sposano questa nuova prospettiva, ricorrono sempre più frequentemente al supporto delle società di outplacement che valutano la modalità di ricollocare il lavoratore licenziato su nuovi mercati professionali, aiutandolo a superare questo momento doloroso, carico di angosce. E’ fondamentale chiarire che dette società non gestiscono ne la fase di uscita della risorsa da una organizzazione ne il suo nuovo collocamento in un’altra azienda.
Esse forniscono al cliente una consulenza sia per favorire il processo di autoanalisi attraverso cui individuare le aree professionali da riqualificare sia per ridurre al minimo il tempo di attesa prima di rientrare nel mondo lavorativo.

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Il curriculum è ok, ora il colloquio. Trucchi e segreti per mettersi in gioco

“Il curriculum è ok, ora il colloquio. Trucchi e segreti per mettersi in gioco”

Quando finalmente arriviamo al colloquio di selezione significa che il nostro c.v. è stato non solo convincente ma è anche in linea con i criteri di ricerca dell’azienda, per cui abbiamo finalmente la possibilità di metterci in gioco, di raccontarci e di valorizzare tutte le nostre capacità per dare un’immagine di noi coerente, completa e realistica.
Dobbiamo imparare a gestire in un’ora o anche meno questa opportunità, poiché la prima impressione che il nostro interlocutore avrà di noi, accompagnerà tutto il colloquio e potrà essere difficilmente modificata. Per questo è importante tenere presenti alcuni semplici accorgimenti come raccogliere informazioni sull’azienda e sul potenziale datore di lavoro, usare un abbigliamento sobrio per il colloquio e adottare sempre le regole della buona educazione.

Prestiamo sempre attenzione alle parole del selezionatore e usiamo un linguaggio chiaro per comunicare le nostre caratteristiche, competenze e la nostra motivazione. Inoltre prepariamoci a rispondere alle domande dell’intervistatore né in modo troppo sintetico né troppo prolisso, non trascurando il fatto che possiamo farne alcune sul lavoro in questione qualora le informazioni forniteci non siano del tutto chiare. In ogni caso evitiamo di fornire un’immagine distorta di noi, superiore a quella reale o anche di sottovalutarci e soprattutto di parlare male di ex colleghi o datori di lavoro. Il colloquio è una situazione in cui il candidato offre la sua professionalità  e non è li per elemosinare un lavoro.
I colloqui di selezione si suddividono in due tipologie: individuale e di gruppo. Il primo si svolge con un singolo candidato e  può ripetersi più volte con interlocutori diversi a seconda della dimensione dell’azienda. Di solito il tono dell’intervistatore può variare in base al settore di attività  e alle caratteristiche ricercate nel candidato per sondare le sue reazioni. Oltre a verificare le competenze tecniche, il selezionatore valuta se la potenziale risorsa può portare con se positività, dinamismo ed energia nel contesto e se sarà in grado di affrontare le sfide.

Il colloquio di gruppo o assessment center invece si caratterizza per la presenza di più candidati (5-10) esaminati contemporaneamente da più selezionatori. La finalità del colloquio di gruppo è osservare la modalità di comportamento del singolo all’interno di un team mentre affronta prove di varia natura basate su fatti di cronaca, problemi sulla gestione aziendale, significati attribuiti al lavoro. Con questa tecnica si misurano diverse attitudini tra cui la leadership, le abilità relazionali, l’abilità di negoziazione, la capacità d’ascolto, decisionale, di gestione del conflitto e quella di sostenere e argomentare i propri punti di vista. Inoltre durante le prove di gruppo possono essere somministrati anche test logici, attitudinali e di personalità con l’obiettivo di costruire un profilo completo dei candidati e di eliminare quelli non ritenuti idonei.

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