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Tecniche di manipolazione psicologica: come i manipolatori controllano le proprie vittime

Roma 4 agoato 2018

 

A cura del dott. Marco Salerno psicologo psicoterapeuta a Roma

 

Il manipolatore affettivo può essere un partner, o un familiare, un amico, un collega di lavoro che “utilizza” il bisogno di affetto della propria vittima, suscitando in lei il senso di colpa, criticandola e aggredendola costantemente quando le sue richieste non vengono soddisfatte. Questo comportamento alla lunga scardina l’autostima della vittima, la quale si sente sempre meno adatta e degna di essere amata. Le conseguenze di questa spirale distruttiva sono devastanti per il dipendente affettivo che sviluppa una serie di sintomi, sia psicologici sia fisici come aggressività, ansia, paura della solitudine, tristezza, emicranie, disturbi digestivi, mancanza di appetito, disturbi del sonno, attacchi di panico e rabbia incontrollata. Il manipolatore affettivo è una personalità patologica che si nutre della vitalità e delle emozione delle sue vittime. Le svuota gradualmente di ogni energia fino a farle sentire sbagliate e oppresse dopo aver perpetrato azioni continue di disprezzo, di critica, di ricatti alternandoli a momenti caratterizzati da un forte desiderio di relazione, ricercati solo quando gli sono utili. Tende a passare per vittima e ad attribuire sempre la causa dei suoi errori ad altri, senza mai assumersene la responsabilità. Nelle discussioni non accetta il rifiuto e vuole avere l’ultima parola a costo di cambiare repentinamente opinione e di mentire per deformare la realtà a suo uso e consumo. Chi diventa preda di un vampiro affettivo non riconosce il pericolo ed è bisognoso di ricevere l’approvazione altrui  per le proprie scelte. Di solito le vittime preferite sono le persone che non hanno molta fiducia in sé e si adeguano sempre alle richieste esterne non rispettando i propri bisogni ma aspettando che qualcuno li riconosca. Non dimentichiamoci mai che volere bene presuppone volersi bene, vivendo per se stessi e non essere unicamente attenti al benessere altrui, altrimenti si diventa facilmente l’oggetto del bisogno di un manipolatore.  La manipolazione psicologica ha come obiettivo quella di modificare il comportamento di altri attraverso modalita’ e tattiche ingannevoli, subdole e violente per pilotare le intenzioni di una persona contro la propria volonta’. E’ importante non confondere la manipolazione affettiva e psicologica con l’influenza sociale intesa come una modalita’ di relazione che rispetta i diritti  delle persone che hanno la facolta’ di scegliere se accettare o respingere il suggerimento dato. George K. Simon afferma che e’ possibile riconoscere i comportamenti di un manipolatore quando questi nascondono atteggiamenti ed intenzioni aggressive, quando il manipolatore conosce le vulnerabilita’ della propria vittima e adotta tattiche comportamentali che fanno leva su quest’ultime non avendo alcuno scrupolo nel provocare dolore . Secondo Harriet B. Braiker (2004) i manipolatori durante la fase di avvicinamento e di primo approccio tendono ad elogiare le vittime, adottano un comportamento seduttivo che le fa sentire uniche, chiedono  scusa e si dipingono come persone molto sensibili bisognose di aiuto, fanno  regali e appaiono o molto sicure di se’. La vittima in ogni caso e’ attratta dal manipolatore che ancora non ha riconosciuto come tale e tende o a sentirsi rassicurata o a prendersene cura. A questa prima fase segue un comportamento di graduale critica unita ad un riconoscimento delle doti della vittima la quale inizia a scivolare in una condizione di confusione  e di disorientamento poiche’ non ha piu’ chiaro quali sono le ragioni che spingono il proprio aguzzino prima a criticarla e poi a ricercarla. La conseguenza e’ di trovarsi in una condizione di paura crescente e di vivere uno stato di allerta per paura di sbagliare sempre qualcosa, dovuta all’alternarsi di comportamenti di rinforzo e di svalutazione da parte del manipolatore. Durante questo processo il manipolatore tende a rivelare sempre piu’ le proprie tecniche tra cui quella della punizione che compare ogni qual volta la vittima si sara’ comportata in un modo a lui non gradito. Per cui adotta’ la tecnica del ricatto emotivo, del silenzio, alterna momenti in cui grida ad altri in cui tormenta la vittima, tiene il broncio e piange salvo poi iniziare a criticare e svalutare senza  pieta’ nuovamente. I comportamenti intimidatori, vessatori, domimanti e vittimistici del manipolatore inducono la vittima ad aver paura di affrontare ogni tipo di confronto per timore delle reazioni, degli attacchi di rabbia, di contraddirlo e di farlo soffrire.

 

Le tecniche manipolative piu’ diffuse sono le seguenti:

Quando la coppia si ammala: offese e risentimenti che inquinano la relazione

Roma 9 ottobre 2017

 

A cura del dott. Marco Salerno psicologo psicoterapeuta a Roma

 

Il litigio all’interno della coppia innesca una dinamica emotiva che puo’ avere conseguenze disastrose sulla tenuta della relazione. Di solito  le discussioni di coppia si caratterizzano per aggressivita’ reciproca, dolore, impotenza, umiliazione, disprezzo e un forte senso di valorizzazione. Il desiderio di annientare il partner potrebbe radicalizzarsi fino a diventare l’unico obiettivo per bilanciare il senso di svalutazione e di mortificazione subito. In realta’ un conflitto relazionale che si esplicita nel presente e’ il risultato di una lunga catena di offese irrisolte che si sono stratificate nel tempo, terreno fertile per futuri conflitti. Durante ogni discussione di coppia non  si opera un distinguo tra offesa subita, che sono quelle che gli individui ricevono  e offesa inflitta, che sono quelle procurate da altri.  La prima e’ quella che le persone sperimentano quando si sentono rifiutate e respinte mentre la seconda racchiude tutto cio’ che si attua per ferire gli altri. Tra le offese inflitte e’ possibile racchiudere umiliazioni, discriminazioni,  la critica intenzionale, l’esclusione. Chiaramente non e’ possibile stabilire criteri universali che possano decodificare l’offesa in senso oggettivo poiche’ l’offesa diventa tale e acquista un suo peso specifico in base a come viene elaborata, al significato attribuito all’evento e alla sicurezza interiore, per cui possono esserci offese intenzionali e offese non intenzionali. Cosa accade durante una discussione di coppia? Quali sono le conseguenze di un’offesa ricevuta dal proprio partner?

 

Le conseguenze di una discussione di coppia  connotata da offese, sono il far vacillare la propria autostima e nei casi piu’ gravi il minarne le basi. Offesa e autostima sono legate strettamente tra loro, per comprendere questo concetto e’ necessario rifarsi all’etimologia della parola “offendere” che origina dal latino ob = contro  e fendere = urtare, per cui offendere significa ferire gravemente la dignita’, l’onore, la reputazione di qualcuno con parole o atti. Sul piano psicologico ed emotivo il nesso causale tra offesa ed autostima si puo’ rintracciare su un duplice livello:
  1. Tra gli effetti di una offesa possiamo annoverare la sensazione di valere poco, di non essere all’altezza, di non essere considerati, il senso di offesa deriva dal timore di sentirci inferiori e non ascoltati, anzi addirittura svalutati. Queste sensazioni fanno vacillare la nostra autostima, incidendo sul senso di identita’ ed indebolendo la considerazione di se’.
  2. Di solito le persone con una autostima poco solida si offendono piu’ facilmente poiche’ si sentono colpite nel proprio valore personale dalle critiche e dalle offese dell’interlocutore come se il loro valore dipendesse direttamente dal riconoscimento che l’altro da loro, a differenza di chi possiede una autostima piu’ stabile che non si lascia disarcionare emotivamente con facilita’.

Identikit del narcisista perverso: le differenze tra narcisismo maschile e femminile

Roma 27 Maggio 2017

 

A cura del dott. Marco Salerno, psicologo psicoterapeuta a Roma

 

 

Se e quanto un narcisista perverso e’  consapevole dei comportamenti che agisce e delle loro conseguenze, e’ una delle domande che le persone  si pongono di continuo. Piu’ le loro azioni sembrano assurde, sadiche, distruttive, impensabili, piu’ ci si chiede se sono consapevoli di quello che fanno. La maggioranza dei narcisisti perversi si rendono conto dell’influenza e del potere  che esercitano sugli altri, sulle reazioni che vogliono determinare in chi si rapporta con loro ma sono completamente inconsapevoli delle conseguenze che i loro comportamenti determinano poiche’ non si assumono alcuna responsabilita’ di quello che fanno e non sono in  grado di immaginare le ripercussioni delle loro azioni.  Il paradosso che difficilmente si riesce a comprendere quando ci si relaziona con un narcisista perverso, e’ dovuto al fatto che quello che dicono non e’ in alcun modo allineato e coerente con i loro comportamenti. A parole esprimono sentimenti e dedizione verso il/la propria partner, difendono la morale e si spacciano per sostenitori dell’etica e della legge, nella realta’ loro sono l’eccezione che puo’ trasgredire la regola, poiche’  non devono sottostare e rispettare le regole, e’ tutto concesso in deroga, indipendentemente dalle conseguenze che questo puo’ avere su chi li circonda. Il loro obiettivo e’ quello di assicurarsi un’immagine positiva di se’ e di far si che chi sta loro vicino contribuisca a questo. Tra le forme che il narcisismo puo’ assumere vi e’ quella della la perversita’ che da origine al narcisista perverso.

 

Come si riconosce un/una narcisista perverso?

 

Il/la narcisista perverso di solito si comporta in modo insospettabile quando inizia ad interagire con una persona che non conosce ancora, non destando alcun sospetto sulla sua tendenza manipolatoria. Spesso si presenta come una vittima e cerca di suscitare compassione, non e’ capace di costruire delle relazioni amicali o relazionali profonde ma e’ alla continua ricerca di complici, non rispetta mai i limiti degli altri  ma cerca sempre di ottenere quello di cui ha bisogno: riconoscimento e soddisfazione dei propri bisogni senza considerare mai l’altro. Quando il/la narcisista perverso inizia la sua opera di seduzione verso un/una nuova partner cerca di mostrarsi differente da quello che e’, di sedurre e solo successivamente, una volta che il successo e’ assicurato, di essere se’ stesso. Il/la narcisista perverso durante la fase della seduzione e della conoscenza mostra la parte migliore di se’, mente su chi e’ e cosa fa spacciandosi per una persona diversa da quella che e’. Di solito simula interesse ed attenzione per la persona che desidera ma in realta’ non ha alcuna considerazione per l’altro, appare generoso ma la lsua generosita’ e’ solo un  modo per trarre gratificazione dal riconoscimento dal partner. L’obiettivo del narcisista perverso non e’ di amare l’altro ma di ingannarlo, intrappolando il/la partner in attenzioni che lasciano ipotizzare un futuro altrettanto piacevole ma che si rivelera’ essere ben diverso quando sentira’ di “possedere” affettivamente la propria vittima.

Stiamo insieme, siamo infelici ma non riusciamo a lasciarci: le ragioni che impediscono di chiudere definitivamente una relazione.

Roma 25 febbraio 2016

 

A cura del dott. Marco Salerno psicologo psicoterapeuta a Roma

 

Nella mia pratica clinica ascolto sempre piu’ spesso storie di amori infelici, di relazioni che non portano a nulla, dove i partner si lamentano delle mancanza dell’altro, di quanto sono delusi ma allo stesso tempo non riescono a fare a meno di lui o di lei. L’effetto di queste situazioni e’ un vero e proprio male dell’anima, una condizione di cronica delusione che puo’ sfociare anche in disturbi psicosomatici e pensieri ossessivi. Spesso le modalita’ con cui le persone manifestano il loro affetto fa pensare piu’ all’odio che all’amore.

 

Ma cosa  spinge a scegliere sempre la stessa tipologia di persone e a trovarsi nelle medesime tipologie di relazioni?

 

 Spesso si sente la frase “incontro sempre uomini o donne che non sono capaci di amare o che non vogliono una relazione”. Perche’ alcune persone si trovano in questo tipo di condizioni ripetutamente? La modalita’ di relazione sentimentale che instauriamo con un partner, trae origine dal tipo di legame di attaccamento o relazione che da bambini abbiamo appreso con le nostre figure di riferimento affettivo. Le forti emozioni che si provano durante la fase dell’innamoramento sono quelle che guidano la persona nella scelta del partner secondo criteri inconsapevoli ma ben radicati e appresi per instaurare una relazione intima e mantenerla nel tempo. I criteri o modelli che ogni persona utilizza per stabilire la propria particolare modalita’ di relazione fanno riferimento al copione del legame infantile interiorizzato. Le caratteristiche della figura di attaccamento (la madre o il padre o chi si prende cura del bambino)e le sue modalita’ di allevamento, adeguate o inadeguate, verranno interiorizzate dal bambino e riconosciute come uniche nelle persone che si prenderanno cura di lui/lei. In funzione degli scambi affettivi che il bambino sperimenta con la figura di attaccamento, sviluppera’ una serie di previsioni di come questa si comportera’ e quanto potra’ essere affidabile in caso di difficolta’. Attraverso questo processo interattivo e previsionale, si svilupperanno  “modelli interni di relazione” con cui si intendono le modalita’ di relazione e di scambio appresi nella relazione con la figura di riferimento affettivo. In base a questi modelli interni di relazione il bambino interpretera’ i comportamenti della figura di attaccamento e le sue risposte.

La vita dopo l’amore: come medicare le ferite emotive quando dimenticare sembra impossibile

Roma 1 ottobre 2016

 

A cura del dott. Marco Salerno psicologo psicoterapeuta a Roma

 

Nella pratica clinica incontro  spesso pazienti che presentano una rilevante difficolta’ nell’elaborare la fine di una relazione. Dopo mesi e in alcuni casi dopo anni, continuano a non accettare che la loro storia sia finita e stazionano sul capezzale del loro amore sperando che possa risorgere. La fine di una relazione attiva processi emotivi simili a quelli che vengono messi in atto di fronte ad un lutto vero e proprio, chi si rifiuta di prendere coscienza della fine di una relazione e’ una persona che rifiuta di vivere il lutto della perdita e di toccare con mano le emozioni dolorose . Le persone con queste queste difficolta’ emotive, patiscono una profonda paura di essere abbandonate e rifiutate, sperimentano una sensazione di abbandono e di distruzione. Ogni perdita e’ vissuta come un tradimento, un lutto profondo ed insuperabile che frantuma la propria identita’ in tanti piccoli pezzi fino a non saperli piu’  mettere insieme. Per chi presenta una profonda resistenza ad elaborare la fine di una relazione, anche il passare del tempo non costituisce un balsamo lenitivo anzi il tempo contribuisce a cristallizare il ricordo dell’amore finito a cui ci si aggrappa in ogni modo per non lasciarlo andare via. Ci si illude che se si trattiene il ricordo si soffrira’ di meno, mentre  invece si andra’ incontro ad una situazione di stasi e irrisolvibilita’,  dove il dolore e il ricordo rimarranno immobili nel tempo come un ferma immagine sempre attivo. Il ricordo della persona amata viene tenuto attivo dalle parole dette, dalle promesse non mantenute, dai luoghi visitati insieme, ogni evento condiviso viene inserito nell’album della memoria che si sfoglia di continuo, per mantenere viva una relazione che non esiste piu’. Il dramma vissuto da chi non riesce a chiudere una relazione  e a dire addio a chi lo abbandona, e’ che anche quando tocca il fondo, perche’ neanche piu’ i ricordi possono alimentare l’assenza di chi non lo vuole, passa ad una nuova relazione, illudendosi di aver chiuso i conti con il passato e di aver ritrovato l’equilibrio.  Ma la paura di perdere l’altro si ripresenta piu’ forte che mai, il terrore della solitudine e’ di nuovo in agguato, alle aspettative irrealistiche  segue inevitabilmente la sofferenza dovuta alla delusione che cio’ che ci si aspettava non si e’ verificato di nuovo. Il lutto e le perdite del passato riemergono e si sommano a quelle attuali in un turbine di dolorosa confusione.

 

Come e’ possibile interrompere il circolo del dolore relazionale e liberarsi dalla schiavitu’ della dipendenza emotiva?

 

Il percorso di guarigione dalla dipendenza emotiva nei confronti di un partner, passa inevitabilmente  attraverso la capacita’  di affrontare il dolore e il lutto. Sopravvivere alla perdita di chi ci ha ferito, arrivare ad accettarla e ad integrarla nella propria vita aiuta a liberare lo spazio per fare posto a nuovi affetti. La sofferenza non sara’ piu’ la tagliola sotto cui passare ciclicamente quando ci si innamora ma  uno stato d’animo che acquista un nuovo significato e consente alle emozioni dolorose di venire fuori e liberarsi.

 

Come si affronta ed elabora un lutto?

 

Il lutto e’  un sentimento che si prova quando una persona verso cui si nutre un profondo affetto e coinvolgimento emotive,  scompare in modo permanente dalla propria vita. E’ un meccanismo di adattamento ad una nuova realta’, associato ad uno stato di rottura che se vissuto nella sua completezza, consente di lenire il dolore della perdita e dell’abbandono e di ristabilire nuove relazioni significative.  E’ un sentimento che schematicamente si puo’ declinare nelle seguenti cinque tappe di elaborazione che ognuno vive in modo personale e in funzione delle risorse emotive a disposizione:

Impara a liberarti dalle relazioni tossiche e a scoprire le trappole relazionali

Roma 13 giugno 2016

 

A cura del dott. Marco Salerno psicologo psicoterapeuta a Roma

 

La relazione con un narcisista e’ una esperienza di profonda svalutazione che porta a domandarci ripetutamente cosa c’e’ in noi che non va per attirare questa tipologia di persone. Domande come “perche’ incontro sempre queste persone”, piuttosto “cosa non va in me per, perche’ non riesco a parlargli e a dirgli quello che penso” sono tra i pensieri piu’ ricorrenti in chi ha la sfortuna di incontrare un narcisista sul proprio cammino. Non e’ semplice riconoscere immediatamente un narcisista, soprattutto perche’ durante i primi incontri possono essere molto seduttivi ed affascinanti tanto da spingere a perdonarlo quando si rilevano i primi comportamenti che destano sospetti. Con il passare del tempo ci si adatta in modo inconsapevole e disfunzionale alla relazione tossica, si impara a sviluppare l’arte dell’accettazione a tutti i costi camuffata da diplomazia, a scapito della propria serenita’. Per comprendere meglio il perche’ ci troviamo a vivere esperienze relazionali dolorose da cui non riusciamo a liberarci, e’ utile ricorrere alla teoria della Schema Therapy di J. Young. Questa teoria propone diciotto schemi mal adattivi chiamati anche trappole della vita, che derivano da esperienze ansiogene dell’infanzia e dell’adolescenza in cui i bisogni fondamentali non sono stati soddisfatti in modo adeguato, compromettendo uno sviluppo sano e stabile. Gli schemi consistono in credenze e supposizioni  che coinvolgono le sensazioni fisiche, le emozioni e il temperamento. Il temperamento fa riferimento al carattere innato della persona che insieme all’umore, alle abilita’ motorie e alla capacita’ di attenzione e di concentrazione determinano inclinazioni naturali come la timidezza, l’aggressivita’, ecc. che originano dal corredo genetico.   Le influenze ambientali possono plasmare e modificare le inclinazioni naturali della persona, per cui la personalita’ emerge dall’interazione e dall’integrazione del temperamento della persona con l’ambiente.

Liberarsi dalla paura dell’abbandono

a cura del dott. Marco Salerno psicologo psicoterapeuta a Roma

 

Roma 26 Maggio 2016

 

La paura dell’abbandono e’ una delle cause principale che impedisce ad un dipendete affettivo di mettere fine ad una relazione fortemente sofferente in cui si sente intrappolato ma di cui non riesce a fare  ameno. La paura dell’abbandono origina da esperienze disfunzionali sperimentate nella propria infanzia, durante le quali un bambino e’ trattato non come una persona ma come un oggetto, per cui impara a proprie spese che  per ricevere affetto deve necessariamente adattarsi alle richieste delle figure affettivamente significative. Alla base di questi vissuti vi e’ un processo logico secondo il quale il dipendente non crede di valere mai abbastanza come gli altri ma di dover fare sempre di tutto per fari apprezzare e voler bene. Sperimenta in modo ripetuto relazioni, di coppia, amicizia, lavoro, ecc. in cui rivive continuamente la paura dell’abbandono ma non riesce a costruire relazioni diverse da queste. Desidera con tutte le sue forze una relazione stabile e paritaria ma allo stesso tempo ha paura di viverla poiche’ il timore di sperimentare un nuovo rifiuto lo spinge a scegliere situazioni in cui non rischia di sentirsi abbandonato ma dove deve impegnarsi con tutto se stesso per farsi amare anche da chi non lo vuole. La smisurata paura dell’abbandono si accompagna a una profonda collera repressa e ad una rabbia che non ha mai potuto manifestarsi per una perdita nella propria infanzia, per una persona cara o amata che non c’e’piu’. Il meccanismo che il dipendente affettivo mette in atto per sopravvivere alla paura dell’abbandono e’ quello di cercare in altri cio’ che manca dentro di lui/lei.

Ti amo, ma… proiezioni: la rovina delle relazioni. Intervista al Dott. Salerno

 

Intervista al Dott. Marco Salerno – Psicologo e Psicoterapeuta – a cura di Daniela Cavallini

Daniela Cavallini:

Ciao Marco, bentornato e grazie per affrontare con me il tema di oggi: cambiare l’altro allo scopo di appagare la propria visione dell’amore. Un aspetto di vitale importanza per la coppia, spesso causa di conflitti. Cosa ne pensi?

Dott. Marco Salerno:

Ciao Daniela grazie per questo nuova opportunita’ di confronto, di sicuro aiuto per i lettori. Quante volte abbiamo ascoltato le seguenti parole: “se davvero mi amassi cambieresti per me”. Si dimentica che amare non significa modellare il partner sull’ideale di uomo o donna che si ha in mente, ma significa scegliere di avvicinare, conoscere e frequentare una persona con cui esplorare un tratto di vita piu’ o meno lungo. A proposito di questo mi piace sempre ricordare ai miei pazienti lo stralcio di un’opera dello psicologo americano F.Pearls chiamata “preghiera della gestalt” le cui prime battute recitano: “Io sono io. Tu sei tu. Io non sono al mondo per soddisfare le tue aspettative. Tu non sei al mondo per soddisfare le mie aspettative. Io faccio la mia cosa. Tu fai la tua cosa. Se ci incontreremo sarà bellissimo; altrimenti non ci sarà stato niente da fare.” Questi versi narrano con semplicita’ e chiarezza cosa dovrebbe essere una relazione, un incontro lineare che nasce non per compiacere l’altro ma per trovarsi SE e’ possibile, altrimenti ognuno continui lungo la propria strada. Questo presuppone una visione d’amore comune, un progetto di vita condivisa e non la necessita’ di piegare l’altro al proprio volere come una sterile prova d’amore che in realta’non alimenta altro che un profondo senso di solitudine pur stando in coppia.

Daniela Cavallini:

Spesso accade di incontrarsi, provare reciproca attrazione cui segue la frequentazione. Frequentazione che all’inizio pare idilliaca, ma che con il protrarsi rivela alcuni lati del partner che… preferiremmo diversi. Spinti dall’infatuazione, siamo stati precipitosi nel credere di avere incontrato la cosiddetta “anima gemella”?

Dott. Marco Salerno:

Nell’era del fast love, non si contemplano piu’ i tempi di decantazione durante i quali si avrebbe l’opportunita’ di osservare e ascoltare i propri sentimenti e quelli del partner. Il bisogno di conferma e’ immediato e quasi nevrotico, la distinzione tra innamoramento e amore maturo e’ annullata poiche’ si immagina che amare significa essere sempre travolti da un forte trasporto emotivo, trascurando il fatto che amare significa anche mettere a terra e portare a contatto con la realta’ i sentimenti, vedere il partner come e’ realmente e scegliere di accoglierlo senza aspettarsi che debba modellarsi sulla nostra idea di amore. Quando i pazienti mi dicono che in passato il loro partner era diverso da come e’ ora, rispondo che non si sono dati il tempo di conoscerlo, sono rimasti nella fase della simbiosi amorosa e non hanno attraversato la fase della separazione e dell’individuazione durante la quale la coppia percepisce i due componenti come due individui separati e vede l’altro per quello che e’. Tale fase si caratterizza per una conflittualita’ costruttiva data dall’adeguamento reciproco delle due personalita’. L’adeguamento e’ come un terremoto che rimescola le carte e consente di valutare se effettivamente vi e’ la possibilita’ di stabilire una relazione profonda.

La sintomatologia da abuso narcisistico

Roma 7 aprile 2016

 

A cura del dott. Marco Salerno psicologo psicoterapeuta a Roma

 

La relazione con uno/a narcisista ha degli effetti devastanti sia sul piano fisico che psicologico per chi la vive, che si amplificano quando il rapporto termina poiche’ innesca una dipendenza emotiva dal partner, amplificata dalla sua assenza. I sintomi piu’ evidenti per un abuso narcisistico  sono:

 

  1. Lutto, paura, ansia, paranoia, sensazione di camminare sui carboni ardenti, rabbia
  2. Significativo aumento o diminuzione dell’appetito
  3. Depressione, scarso o nullo interesse nel raggiungere i propri obiettivi, mancanza di entusiasmo e nei casi piu’ estremi mancanza del desiderio di vivere
  4. Scarsa propensione ad esprimere i propri stati emotivi, disagio a stare in compagnia e in pubblico, mancanza di interesse nel costruire relazioni sociali, timore della vicinanza di altri uomini o donne
  5. Alterazione della percezione della propria immagine corporea
  6. Comportamenti autodistruttivi finalizzati a lenire il dolore emotivo come abuso di alcool, droghe, promiscuità sessuale
  7. Isolamento dalla famiglia di origine e dalle relazioni amicali significative
  8. Difficolta’ nel prendere decisioni, aggredire le persone con ci si entra in contatto, scoppiare in lacrime, senso di disperazione da cui ci si sente travolti, sentirsi paralizzato
  9. Sintomi fisici: calo delle difese immunitarie, letargia o ipervigilanza, emicranie, scompensi ormonali, reazioni incontrollate di attacco o di fuga
  10. Disturbi del sonno: letargia o insonnia
  11. Essere focalizzati sull’ex partner (cosa fara’ ora?; con chi stara’? sta pensando a me?)
  12. Mancanza di fiducia, svalutazione verso se stessi, difficolta’ nel perdonare i propri errori, senso di impotenza, mantenere false speranze di cambiamento
  13. Comportamenti irrazionali come irritabilita’, mancanza di senso logico, impressione di “perdere la testa”
  14. Forte dipendenza emotiva accompagnata dalla sensazione di non riuscire a vivere senza la persona amata (il/la narcisista)
  15. Sensazione che il/la narcisista abbia preso possesso dei propri pensieri, della mente e delle proprie emozioni
L’unico modo per liberarsi dal malessere che la relazione con un/una narcisista genera e’ interrompere ogni contatto ed abbandonare l’aspettativa che possa cambiare. Questa azione costituisce il primo passo verso la riappropriazione di se’  per affrontare l’illusione d’amore che il rapporto narcisistico ha generato.