Roma 1 aprile 2024

A cura del dott. Marco Salerno

 

L’Io è uno e indivisibile? Certo, se lo pensiamo come entità
corporea sì, anche se a volte ci piacerebbe molto poter essere
in più luoghi contemporaneamente.
Ma se invece ne parliamo a livello di inconscio, no, non esiste
un Io solamente. Anzitutto c’è la mente, il nostro Io psichico,
ovvero dove si formano e elaborano i nostri pensieri, da cui si
originano le parole, si percepiscono gli stimoli che provengono
dall’esterno.
Poi c’è il , che funge da indicatore e in un certo senso da
controllore del nostro reale progetto esistenziale, e che osserva
se l’Io persona lo segue o se ne distacca, attraverso le scelte
che compiamo nella nostra vita.
E qui sta il vero discrimine fra la felicità e l’infelicità, fra l’amore
o l’odio verso se stessi.
Anche se può apparire a tutta prima una bizzarria, in realtà
quell’Io persona, che pilota le nostre decisioni, ha iniziato a
guidare la nostra macchina umana già dalle primissime fasi
della nostra esistenza, fin dall’utero materno.
Se nella vita tante persone finiscono per accettare relazioni
sbagliate, che avvelenano il quotidiano, oppure seguitano a
lavorare in ambiti che non gli corrispondono, fatte salve quelle

situazioni estreme in cui vi è un obbligo economico o cultural-
ambientale che impedisce un’alternativa, è perché negano il

cosiddetto “principio di realtà”.
In un circolo vizioso, chi si ritrova in una relazione tossica, in
qualche modo ritiene di meritarlo, di non essere in fondo degno
di essere amato in modo soddisfacente, quindi si autopunisce,
in un vortice di masochismo esistenziale da cui non è affatto
semplice uscire.

Si finisce per innamorarsi paradossalmente delle proprie stesse
sofferenze, ci si adegua a delle costrizioni autoimposte o che ci
si è lasciati imporre da altri, spesso per il timore di essere
abbandonati (se si tratta di un partner).
Si permette di prendere possesso della nostra vita ai sensi di
colpa, nei confronti del partner, verso cui ci si sente colpevoli
per mancanze il più delle volte immaginarie o comunque
irrilevanti, oppure nei confronti di se stessi, perché
inconsciamente sappiamo di star tradendo la nostra reale
natura, che ci spingerebbe, se solo la lasciassimo libera, ad
intraprendere altri percorsi di vita.
Il tradimento verso noi stessi lo compiamo ogni volta che
remiamo contro il nostro Sé esistenziale, quando non ne
assecondiamo le indicazioni, che pure dal profondo
dell’inconscio ci giungono, ma che restano inascoltate.
Prestare orecchio a questo maestro interiore ci aiuterebbe a
uscire dalle trappole dell’autodisistima, degli inganni
masochistici che ci fanno perpetrare ad libitum meccanismi di
odio, di rancore verso noi stessi, costringendoci
all’autopunizione, quando per vivere una vita autentica e piena
è innanzitutto necessario liberarsi da queste catene invisibili,
viaggiando come un batiscafo fin nel profondo alla ricerca delle
ragioni che hanno generato tali vincoli soffocanti, per spezzarli
una volta per tutte.
Una delle trappole in cui più facilmente si cade, soprattutto in un
rapporto di coppia, è la paura dell’abbandono.
La paura è un meccanismo innato di vitale importanza, che
permette di percepire in molte situazioni un pericolo imminente,
ma molto spesso si trasforma al contrario in un laccio
asfissiante che impedisce di prendere decisioni o, appunto, di
liberarsi di situazioni nocive per il nostro benessere psicologico.
Accade che chi non abbia ricevuto le giuste attenzioni e l’amore
durante l’infanzia, da parte di uno o entrambi i genitori, o

comunque nell’entourage familiare, sviluppi in età adulta un
autentico disagio esistenziale, una ferita non facile da
rimarginare.
Si finisce per credere di essere indegni d’amore, innescando
una serie di comportamenti all’interno di ogni relazione di
coppia che inevitabilmente porteranno al fallimento del rapporto,
il che a sua volta non farà altro che cementare la convinzione
iniziale di non essere adatti ad essere amati.

Tante volte persone di successo, che hanno importanti riscontri
positivi e riconoscimenti nella loro vita professionale, non
trovano una corrispondenza di tale riuscita all’interno della vita
di coppia, spesso del tutto fallimentare.
Questo avviene perché la coppia è un “luogo” diverso da tutti gli
altri, in cui le ferite dell’inconscio agiscono facendo emergere
più che altrove le nostre più deleterie debolezze.
Magari, proprio ciò che ha nutrito le nostre paure più profonde ci
ha permesso di sviluppare dei talenti che nella vita
professionale hanno favorito la riuscita e l’avanzamento di
carriera.
Eppure, alla prova dei fatti, nelle relazioni affettive, quelle paure
hanno portato al disastro e alla sofferenza.
Questa paura, ingenerata dalle ferite e mancanze infantili, va
affrontata, approfondita nelle sue scaturigini, per poter essere
accettata, superata e non semplicemente combattuta.
La ferita dell’abbandono non si rimargina ignorandola, ma solo
curandola. E la cura consiste innanzitutto in un bagno di realtà,
in un’acquisizione di consapevolezza dell’origine della
sofferenza, per riuscire a perdonare anzitutto noi stessi per tutte
le volte in cui non ci siamo amati e abbiamo impedito al nostro
Sè autentico di guidarci verso una piena realizzazione e,
dunque, alla felicità.