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L’incastro relazionale: motivazioni che conducono a scegliere e a lasciare con difficolta’ un partner narcisista

Roma 12 gennaio 2017

 

A cura del dott. Marco Salerno psicologo psicoterapeuta a Roma

 

Quando si vive una relazione con un narcisista e’ importante, oltre a riconoscere le caratteristiche del partner e dei suoi comportamenti disadattavi e svalutanti, anche cosa accade dentro noi, quali sensazioni proviamo quali comportamenti ripetitivi attuiamo per non riuscire a liberarci da una relazione che ci fa soffrire, quale percezione abbiamo di noi e perche’ ci sentiamo in trappola. Le domande che piu’ frequentemente passano per la mente quando viviamo una relazione con un narcisista sono, “cosa non va in me” o perche’ sono cosi’ sciocco/a?” oppure “sono masochista?” o “perche’ non riesco a parlargli/e?”. Queste domande, se pur legittime, indicano il grado di tossicita’ che stiamo vivendo  e la difficolta’ ad accedere alle nostre risorse e a scoprire quali modalita’ di comportamento disadattive mettiamo in atto nello scegliere ripetutamente una relazione svalutante. Alla base dell’incastro relazionale in un rapporto con un narcisista (uomo o donna) vi sono degli schemi maladattivi che entrambi i componenti della coppia mettono in atto. Con il termine “schemi maladattivi”  lo psicologo Jeffrey Young si riferisce a credenze e cognizioni disfunzionali che comprendono anche sensazioni emotive e corporee che una persona ha maturato durante le proprie esperienze infantili e adolescenziali ansiogene. I bisogni fondamentali non sono stati soddisfatti in modo adeguato e chiaro, compromettendo lo sviluppo stabile ed equilibrato della persona. Gli schemi maladattivi contengono una lettura della realta’ che viene assunta come vera e assoluta,  maturata in base alle proprie esperienze di vita e di relazione precoci, sono verita’  connesse a ricordi infantili dolorosi, vissuti in modo viscerale, non percepiti a livello di coscienza.  Tali schemi si azionano inconsapevolmente e non sono basati su eventi presenti ma sono attivati da una lettura errata di un evento presente che porta alla luce emozioni dolorose antiche e la paura che possa ripetersi lo stesso vissuto emotivo. All’interno di una relazione tossica, sia il/la narcisista che il/la partner portano con se’ una serie di schemi maladattivi, che nell’incontro tra i due determinano un incastro relazionale il quale attiva in ognuno emozioni e sensazioni fisiche dolorose e genera comportamenti autodistruttivi.

Ricostruire la propria vita dopo la fine di una relazione

Roma 20 dicembre 2016

 

A cura del dott. Marco Salerno psicologo psicoterapeuta a Roma

 

In una societa’ dove la sofferenza o e’ bandita o mercificata, l’abbandono spesso viene liquidato come un evento che bisogna superare rapidamente, a cui dedicare un poco tempo, che non vale la pena di vivere troppo profondamente come se il soffrire significasse dedicare tempo a chi si e’ perso e non a se stessi. La sofferenza e’ uno stato d’animo interiore che puo’ derivare dall’abbandono quando finisce una relazione (amicale, di coppia, familiare, ecc.) che innesca stati d’animo come la frustrazione,l’ansia, la rabbia , il dolore. Ogni abbandono implica una separazione e una chiusura, per cui e’ fondamentale trasformare l’abbandono, inteso come vissuto, in una separazione attiva grazie ad una corretta analisi, per comprendere le dinamiche sottostanti che hanno determinato questa situazione. Di solito si attivano due processi quando si vive un abbandono, il primo spinge a dare la colpa a se stessi mentre il secondo all’altro. Entrambi sono processi disfunzionali, poiche’ quando la persona attribuisce la colpa a se per la fine di una relazione, si auto investe di tutta la responsabilita’, escludendo l’altro dal quadro delle azioni che hanno portato alla rottura. Nel caso in cui si attribuisca in esclusiva al partner il fallimento della relazione, si evita di considerare il proprio contributo all’interno della relazione. Solo alcune persone si pongono la necessaria domanda “Che cosa ho sbagliato o fatto io? Che cosa ha sbagliato lui/lei?”. La risposta a questa domanda e’ il primo passo per trasformare un evento traumatico (la fine della relazione) in un momento di riflessione, di  emotivi dolorosi, dei pensieri disfunzionali, sperimentati durante la relazione e che hanno condotto alla sua fine. Elaborare con consapevolezza il motivo per cui avviene un evento negativo, liberandosi dal giudizio, porta ad una profonda consapevolezza dei processi emotivi e cognitivi che si attivano in modo inconsapevole e ripetitivo durante una relazione.

Perche’ finisce l’amore?

Roma 1 dicembre 2016

 

A cura del dott. Marco Salerno psicologo psicoterapeuta a Roma

 

Psicologi, poeti, scrittori hanno versato litri di inchiostro per narrare le pene e le gioie d’amore e ci troviamo ancora oggi a desiderare di amare piu’ di ogni altra cosa. Un amore grande puo’ anche finire e non c’e’ dolore piu’ profondo che si possa provare quando si perde la persona amata, quando si vive il distacco di chi era parte di noi, della nostra vita, dei nostri pensieri.  Dare un significato alla fine di un amore e’ molto importante, perche’ consente di acquisire una chiave di lettura nuova su di se’ e sulle scelte fatte e subite e anche di evitare di trovarsi nelle medesime condizioni in futuro. Vi sono amori infelici, tossici, che non consentono di di godere del rapporto con l’altro, dove si viene abusati o piuttosto si vive una esistenza di solitudine pur stando in coppia, sospesi nella totale indifferenza emotiva o a subire continue vessazioni. Esistono forme di amore che e’ possibile definire patologico, poiche’ non sane e tra queste possiamo annoverare:

 

  1. L’amore simbiotico: e’ un rapporto che caratterizza le coppie apparentemente felici ed unite, invidiate da tutti ma a ben vedere si distinguono per un profondo stato di dipendenza reciproca, l’uno non fa nulla senza comunicarlo e condividerlo con l’altro. Questo tipo di relazione non contempla la liberta’ di essere autonomi e non sposa in alcun modo la visione secondo cui ogni individuo, per stare in coppia, deve aver sviluppato un sano grado di autonomia ed essere capace di stare da solo prima di unirsi ad un’altra persona.
  2. L’amore accudente: si caratterizza per essere un rapporto completamente sbilanciato, dove un partner si prende cura e accudisce l’altro. Il partner accudito vede in quello accudente il/la salvatore, colui o colei che lo ha preso per mano e tirato fuori da una condizione di malessere, anzi letteralmente salvato. In questa coppia si ripropone lo schema relazionale genitore/figlio, dove il partner salvatore incarna il ruolo del genitore mentre quello salvato il ruolo di figlio. Alla lunga questa tipologia di coppia si ripiega su se stessa, viene a mancare l’attrazione fisica poiche’ chi ricopre il ruolo di genitore perde il desiderio ne confronti del partner bisognoso il/la quale viene visto piu’ come un bambino da proteggere. Inoltre il rischio e’ che il partner/ genitore possa essere lasciato dal partner/figlio che potrebbe stancarsi di essere guidato, accudito e protetto continuamente.
  3. L’amore possessivo: in questo caso un partner diventa di proprieta’ dell’altro. L’uno non puo’ fare nulla senza innescare paura o rabbia nei confronti dell’altro, ogni decisione richiede di essere passata al vaglio dell’altro partner, altrimenti si scatenano profonde discussioni e rancori. Il rapporto viene intossicato poiche’ l’unico obiettivo e’ quello di controllarsi reciprocamente e non godere della vicinanza e dello scambio reciproco.
  4. L’amore competitivo: e’ quel genere di rapporto in cui uno diventa invidioso del successo professionale e personale dell’altro. Si caratterizza per una certa ammirazione nei confronti del partner, ma essendo entrambi i componenti della coppia narcisisti, passano ben preso dall’ammirazione all’invidia e alla rabbia fino a diventare acerrimi rivali l’uno dell’altro.

E’ possibile innamorarsi ai tempi di Meetic, Grinder o Badoo? Conoscere un partner sui siti di incontro on line

Roma 22 novembre 2016

 

A cura del dott. Marco Salerno

 

Credo che trovare qualcuno che nel 2016 non abbia provato almeno una volta a registrarsi su un sito di incontri on line sia davvero raro, l’idea che due persone  si possano conoscere su un sito di incontri, frequentarsi, approfondire la loro conoscenza e poi convivere e anche sposarsi e’ diventato sempre  piu’ frequente. Alcune resistenze ad utilizzare tali strumenti, soprattutto  per i non giovanissimi, sono ancora  presenti, anche se sempre  piu’ si e’ preso coscienza che le persone che popolano le chat sono le medesime che incontriamo nella vita di tutti i giorni. L’idea che chi chatta sia una persona che abbia problemi di comunicazione o di socializzazione ormai sta definitivamente tramontando.  La rivista scientifica americana “Proceeding of the National Academy Sciences” ha condotto un’indagine su 20mila statunitensi sposati tra il 2005 e il 2012 e sottolinea come l’amore trovato online possa funzionare come se non di piu’ di una relazione sviluppatasi con i canali tradizionali. Il 35% degli intervistati ha incontrato il proprio partner on line, l’8% delle coppie nate in modo tradizionale si e’ separata mentre  solo il 6% di quelle nate in rete si e’ divisa. Inoltre emerge come le coppie nate on line si separano meno e sembrano essere piu’ durevoli e soddisfatte rispetto alle coppie conosciutesi in modo canonico poiche’  la percentuale di single che si mettono in gioco in modo attivo su un sito e’ piu’ alta di quelli che invece si  attiva in prima persona in situazioni di socializzazione ed infine la possibilita’ di cercare un partner in un ampio bacino di profili consente di fare una ricerca piu’  mirata. E’ stato evidenziato come i siti di incontri potenzialmente offrono maggiori possibilita’ di far conoscere potenziali partner in base al loro stile di vita, ai loro gusti, all’orientamento politico e religioso. Inoltre e’ emerso come l’82% dei single sogna una relazione stabile, il 53% degli uomini e il 48%delle donne considerano gli incontri on line divertenti e alternativi, il 42% degli uomini e il 35% delle donne hanno provato almeno una volta profondi sentimenti nei confronti di un partner conosciuto on line.

Come riconoscere il disturbo narcisistico di personalita’: criteri e caratteristiche diagnostiche

 

Roma 24 ottobre 2016

 

A cura del dott. Marco Salerno psicologo psicoterapeuta a Roma

 

Il tema del narcisismo e’  uno degli argomenti piu’ sentiti e diffusi in questo periodo storico, probabilmente a causa di una maggiore consapevolezza del disagio psichico e della possibilita’ di confrontarsi con persone che vivono esperienze simili alla propria e a un piu’ facile accesso a letture sul tema. Inoltre finalmente si e’ in grado di dare un nome ad un fenomeno sempre esistito ma non semplice da identificare. Spesso si parla di narcisismo anche impropriamente, in una ottica colpevolizzante, dimenticando che chi e’ ha il disturbo narcisistico di personalita’ e’ una persona che presenta anche un alto grado di sofferenza emotiva. Con questa affermazione non voglio dare adito a giustificazioni di sorta per chi adotta un comportamento spesso distruttivo e manipolativo nei confronti di chi incappa sul loro cammino ma solo fornire alcuni stimoli di riflessione per responsabilizzarsi nella scelta delle persone con cui intrecciare relazioni e adottare una serie di accorgimenti protettivi. Per facilitare il riconoscimento del disturbo narcisistico e’ utile conoscere i criteri diagnostici che consentono di identificarlo, facendo riferimento al DSM 5, manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.

Lui non ti telefona? L’assenza di un segnale e’ essa stessa un segnale

Roma 12 ottobre 2016

Intervista sul quotidiano on line “La Voce” sulla comunicazione di coppia a cura di DanielaCavallini.

La mia posta è colma di mail e/o messaggi Fb, di Amiche che lamentano la “latitanza” maschile proprio di quest’ultima categoria.

Ho visitato alcuni siti web inerenti l’argomento e purtroppo ho rilevato molta superficialità di giudizio oltre ad un’infarcitura di epiteti nei confronti di questi soggetti, accompagnati dall’oramai storica frase “se si comporta come se non gl’importasse nulla di te, è perché non gliene importa nulla”.

Una “sentenza senza possibilità d’appello”? Ci risponde il Dott. Marco Salerno – Psicoterapeuta –nuovamente mio ospite.

Daniela Cavallini:

Ciao Marco, bentornato! So che sei molto impegnato, ma per me ed i miei lettori ti sei “inventato” il tempo per rispondere ad una breve intervista. Grazie… lo apprezzo molto.

Dott. Marco Salerno:

Ciao Daniela, in effetti ricevo pazienti fino a tarda sera, ma ad un’amica non nego certo la mia disponibilità. E’ un piacere ritrovarci dopo la pausa estiva…

Daniela Cavallini:

Marco, a volte – se considero la posta che mi perviene… devo dire “spesso” – accade che un uomo dichiari di tenere ad una donna, ma la ignori. Non le telefona; chatta in modo sfuggente con lei, dedicandosi ad altre persone dei vari social; in caso di distanza logistica promette – o non esclude – incontri, tuttavia con astratta pianificazione. Una sorta di palese distonia tra il dichiarare interesse ad una donna e… lanciarle ogni tanto un osso come ad un cane randagio. “Non gli piaci abbastanza”, è l’unica percezione che mi sovviene, ma è davvero così?

Dott. Marco Salerno:

Daniela, ti ringrazio di avermi coinvolto in questa breve intervista. E’ un argomento che spesso tratto con le pazienti. Invito i nostri lettori e lettrici a soffermarsi sul fatto che oggi più che in passato le persone hanno il bisogno sempre piu’ marcato di ricevere continuamente conferme, ricorrendo ai molteplici strumenti telematici a disposizione che consentono di mantenere un contatto virtuale costantemente attivo. Il limite di questa “connessione permanente” e’ quello di contribuire a creare l’illusione che l’altro, pur stando in contatto con noi, abbia maturato un reale interesse verso la nostra persona. La realtà invece e’ che spesso l’eccesso di informazione e di comunicazione non veicola contenuti di valore. Per cui, quando una persona si chiede perché nonostante centinaia di messaggi, non c’è un reale desiderio di incontrarsi o perchè a volte scompare, la risposta e’ che il contenuto di quei messaggi, non e’ costituito da reali intenzioni. L’interesse dichiarato alimenta il bisogno narcisistico di essere apprezzato e riconosciuto come persona capace di amare ma che in realtà non desidera realmente l’altro, bensì vuole solo alimentare il circuito virtuale del corteggiamento a cui non segue la traduzione dell’intenzione in azione. Posso consigliare a chi ci legge di non crearsi aspettative magiche nei confronti di chi promette troppo ed e’ sfuggente, ma di rimanere ancorati alla realtà dei fatti e di chiudere la corrispondenza se alle parole non segue una azione. Inseguire non paga mai perchè non fa altro che alimentare il circuito della dipendenza affettiva e della frustrazione di non sentirsi corrisposti, facendo scivolare in una spirale di ostinazione continua che va interrotta sul nascere. Inoltre ci troviamo spesso a generare nella nostra mente l’idea di una persona solo in base a quello che ci ha scritto o detto ma questo non corrisponde alla persona vera e propria la quale, al dunque, appare essere diversa da quello che abbiamo immaginato. Per cui teniamo presente che realtà ed immaginazione, sono due dimensioni ben distinte e separate, dove la realtà è tale proprio perché può essere verificata e vissuta in prima persona, altrimenti rimane solo una fantasia.

La vita dopo l’amore: come medicare le ferite emotive quando dimenticare sembra impossibile

Roma 1 ottobre 2016

 

A cura del dott. Marco Salerno psicologo psicoterapeuta a Roma

 

Nella pratica clinica incontro  spesso pazienti che presentano una rilevante difficolta’ nell’elaborare la fine di una relazione. Dopo mesi e in alcuni casi dopo anni, continuano a non accettare che la loro storia sia finita e stazionano sul capezzale del loro amore sperando che possa risorgere. La fine di una relazione attiva processi emotivi simili a quelli che vengono messi in atto di fronte ad un lutto vero e proprio, chi si rifiuta di prendere coscienza della fine di una relazione e’ una persona che rifiuta di vivere il lutto della perdita e di toccare con mano le emozioni dolorose . Le persone con queste queste difficolta’ emotive, patiscono una profonda paura di essere abbandonate e rifiutate, sperimentano una sensazione di abbandono e di distruzione. Ogni perdita e’ vissuta come un tradimento, un lutto profondo ed insuperabile che frantuma la propria identita’ in tanti piccoli pezzi fino a non saperli piu’  mettere insieme. Per chi presenta una profonda resistenza ad elaborare la fine di una relazione, anche il passare del tempo non costituisce un balsamo lenitivo anzi il tempo contribuisce a cristallizare il ricordo dell’amore finito a cui ci si aggrappa in ogni modo per non lasciarlo andare via. Ci si illude che se si trattiene il ricordo si soffrira’ di meno, mentre  invece si andra’ incontro ad una situazione di stasi e irrisolvibilita’,  dove il dolore e il ricordo rimarranno immobili nel tempo come un ferma immagine sempre attivo. Il ricordo della persona amata viene tenuto attivo dalle parole dette, dalle promesse non mantenute, dai luoghi visitati insieme, ogni evento condiviso viene inserito nell’album della memoria che si sfoglia di continuo, per mantenere viva una relazione che non esiste piu’. Il dramma vissuto da chi non riesce a chiudere una relazione  e a dire addio a chi lo abbandona, e’ che anche quando tocca il fondo, perche’ neanche piu’ i ricordi possono alimentare l’assenza di chi non lo vuole, passa ad una nuova relazione, illudendosi di aver chiuso i conti con il passato e di aver ritrovato l’equilibrio.  Ma la paura di perdere l’altro si ripresenta piu’ forte che mai, il terrore della solitudine e’ di nuovo in agguato, alle aspettative irrealistiche  segue inevitabilmente la sofferenza dovuta alla delusione che cio’ che ci si aspettava non si e’ verificato di nuovo. Il lutto e le perdite del passato riemergono e si sommano a quelle attuali in un turbine di dolorosa confusione.

 

Come e’ possibile interrompere il circolo del dolore relazionale e liberarsi dalla schiavitu’ della dipendenza emotiva?

 

Il percorso di guarigione dalla dipendenza emotiva nei confronti di un partner, passa inevitabilmente  attraverso la capacita’  di affrontare il dolore e il lutto. Sopravvivere alla perdita di chi ci ha ferito, arrivare ad accettarla e ad integrarla nella propria vita aiuta a liberare lo spazio per fare posto a nuovi affetti. La sofferenza non sara’ piu’ la tagliola sotto cui passare ciclicamente quando ci si innamora ma  uno stato d’animo che acquista un nuovo significato e consente alle emozioni dolorose di venire fuori e liberarsi.

 

Come si affronta ed elabora un lutto?

 

Il lutto e’  un sentimento che si prova quando una persona verso cui si nutre un profondo affetto e coinvolgimento emotive,  scompare in modo permanente dalla propria vita. E’ un meccanismo di adattamento ad una nuova realta’, associato ad uno stato di rottura che se vissuto nella sua completezza, consente di lenire il dolore della perdita e dell’abbandono e di ristabilire nuove relazioni significative.  E’ un sentimento che schematicamente si puo’ declinare nelle seguenti cinque tappe di elaborazione che ognuno vive in modo personale e in funzione delle risorse emotive a disposizione:

La dipendenza affettiva e il lavoro: come liberarsi dal bisogno di approvazione sul posto di lavoro

Roma 13 settembre 2016

 

a cura del dott. Marco Salerno psicologo psicoterapeuta a Roma

 

Il dipendente affettivo porta con se’ la problematica affettiva di essere abbandonato e di valere meno di tutti in qualunque contesto si trovi anche in ambito professionale. Sul posto di lavoro il dipendente affettivo e’ super efficiente, una persona modello, arriva prima di tutti, si trattiene a lungo, lavoro in modo infaticabile. Puo’ dare l’impressione che voglia fare carriera e diventare il capo ma quello che lo guida e’ un inconfessabile bisogno d’amore. Cerca di avere conferma attraverso il successo professionale del suo valore, e’ pronto a sacrificare tutto per ricevere una manifestazione di affetto e di approvazione, sul lavoro crede di aver trovato una soluzione all’abbandono, diventando una risorsa modello. Il lavoro diventa la sua unica fonte di valorizzazione,  da cui rischia di diventare dipendente pur di ricevere l’approvazione da colleghi e dai superiori pur di sentire  di contare qualcosa. La vita professionale del dipendente affettivo riempie quel vuoto che sperimenta quotidianamente nella vita personale, dove vive il terrore di perdere tutto e di non riuscire a controllare nulla. I colleghi diventano la famiglia e l’ufficio la casa dove sentirsi protetti, dove se si lavora duramente e si e’ sempre disponibili, arrivera’ un riconoscimento vero.  Basta pero’ un sorriso o una osservazione per insinuare una crepa nella sicurezza conquistata a fatica, lavorando ogni giorno fino allo stremo. Il dipendente affettivo vive un perenne stato di ansia, teme di essere tradito, non compreso e nonostante sia superefficiente lo accompagna una costante paura di perdere il lavoro. A lungo andare la sua dedizione diviene la norma per superiori e colleghi, gli apprezzamenti diminuiscono e si insinua di nuovo la paura della solitudine e dell’abbandono per cui non rimane che fare ancora di piu’ anche a discapito della propria salute.

Le quattro maschere del narcisista: come riconoscerle ed affrontarle efficacemente

Roma 29 luglio 2016

 

A cura del dott. Marco Salerno psicologo psicoterapeuta a Roma

 

I narcisisti sono persone estremamente fragili ed insicure che cercano in ogni modo di nascondere le loro insicurezze in modo tale che nessuno possa mai deluderli ed umiliarli. Nelle relazioni di coppia vivono una costante assenza di intimita’ emotiva che mira a sottolineare di non aver bisogno di nessuno, pur non essendo consapevoli dei meccanismi che muovono le loro scelte. Ricorrono all’uso di “maschere” che gli consentono di trasformare condizioni potenzialmente minacciose in una esperienza piacevole, indossare una maschera significa vestire un abito grazie al quale trasformarsi in un altro genere di persona, per tollerare il disagio e i sentimenti da cui si sentono minacciati. La psicologa W.T. Behary ha identificato le seguenti quattro maschere del narcisista.

 

  1. Il Vanitoso: e’ una persona bisognosa di adorazione e di essere invidiata da chi lo circonda, puo’ manifestare questo desiderio in modo aperto o puo’ anche dissimulare tale necessita’ con apparente modestia. Si sente profondamente inutile e non desiderabile pur non essendone consapevole. Ha sviluppato la consapevolezza che se riesce ad impressionare il proprio interlocutore puo’ sia alimentare la propria fama sia placare la vergogna che prova. E’ interessato solo agli elogi e ai riconoscimenti di chi lo circonda. Per difendersi da questa tipologia di narcisista bisogna ignorare le sue pressioni e aspettative, offrendo solo un riscontro sulla base della semplice buona educazione, rispondendogli come si potrebbe rispondere ed interagire educatamente con qualunque altra persona. E’ meglio concentrarsi sulla gentilezza ragionata ed essenziale piuttosto che sulle gesta straordinarie che il narcisista mette in atto per ricevere ammirazione. Queste accortezze permettono di non incappare nella trappola di richiesta di ammirazione e quindi di non sentirsi usati e costretti a corrispondere alle sue richieste ma allo stesso tempo il modo educato ma asciutto puo’ raggiungere quella parte piu’ profonda del narcisista che desidera essere accettata senza provare il terrore del rifiuto.
  2. Il Prepotente: questa tipologia ha un radicato terrore che gli altri possano controllarlo, si prenderanno gioco di lui o si approfitteranno di lui, poiche’ ha una profonda mancanza di fiducia nelle persone e nelle loro intenzioni. Crede che nessuno possa prendersi cura di lui/lei, dati i suoi vuoti emozionali e il suo profondo senso di vergogna ed inadeguatezza. Si protegge ricorrendo ad un atteggiamento critico e dominante nei confronti degli altri per ottenere quell’importanza tanto agognata che mai riesce a provare, anche al costo di far sentire debole ed incapace il suo interlocutore. Per affrontare questa tipologia di narcisista e’ utile comunicare in modo chiaro e diretto come le sue parole ti fanno sentire, evitando in questo modo di cedere, scusarsi, contrattaccare o fuggire. Per difendersi da un/a narcisista e’ fondamentale contattare il dolore e la svalutazione che questa interazione genera e comunicare con chiarezza il proprio stato d’animo, non colludendo con le provocazioni e non aspettandosi che l’altro comprenda il proprio punto di vista. L’obiettivo e’ quello di non cadere nella trappola relazionale e mantenere la propria integrita’ emotive, riconoscendo i limiti del proprio interlocutore.
  3. Il Pretenzioso: e’ una tipologia di persona che pretende di stabilire le proprie regole e che pensa di dover ottenere tutto cio’ che vuole nelle modalita’ che desidera. Si comporta come se fosse collocata su un piano superiore rispetto alle altre persone e sentisse di meritare un trattamento di riguardo. Non e’ dotata di particolari doti empatiche e gli scambi reciproci dei sentimenti non le appartengono, non accetta un “no” e non prova rimorso per le sue azioni invadenti e per nulla rispettose degli altri. La relazione piu’ consona, quando si incontra questo genere di persone, e’ di comunicare con chiarezza sia il proprio stato d’animo, le emozioni che si provano quando ci si scontra con la loro mancanza di rispetto sia di adottare un comportamento protettivo verso se stessi sottraendosi all’interazione e al contatto del momento e rimandando il confront a condizioni migliori. E’ fondamentale non nascondersi, non giustificarsi e non cedere, evitando di sopraffare l’altro, tenendo il proprio punto e offrendosi allo stesso tempo disponibili ad un confronto qualora si presentino condizioni favorevoli. Questo approccio consente di sottrarsi a conflitti e ad abdicare alle proprie posizioni, mantenendo fermo il proprio comportamento e le proprie intenzioni.
  4. L’autoconsolatore dipendendente: e’ il/la tipico narcisista che vive uno stato di evitamento e di delusione inconsapevole, presenta un atteggiamento di chiusura e di autocommiserazione, prova un intollerabile disagio associato ad un profondo ma inconsapevole senso di solitudine, vergogna e stato di estraneita’ quando non e’ piu’ sul palcoscenico della vita dove immagina di essere ammirato. In questa categoria si possono rintracciare persone dipendenti dal lavoro, che abusano di alcool o sostanze psicotrope, shopping o web addicted. Spesso comunicano facendo dei veri e propri comizi su argomenti che immagino di conoscere solo loro non solo per cercare attenzione ma soprattutto per evitare quella sensazione insinuante di inferiorita’ e solitudine. Questa tipologia ha paura di mostrare le sue fragilita’ ed emozioni per cui preferisce nascondersi o isolarsi. Quando si incontra questo genere di narcisista e’ preferibile assecondare i suoi distacchi emozionali e non domandargli cosa ha o richiedere la sua presenza anche se i suoi comportamenti fanno soffrire chi gli sta vicino. I suoi allontanamenti non dipendono da chi gli sta vicino ma sono il risultato del suo malessere e della sua fragilita’. In questi casi e’ meglio far presente al narcisista come ci si sente e cosa si prova quando si viene esclusi dalle sue scelte o dal suo sentire, esprimendogli il desiderio di avere un contatto con lui/lei. Qualora questo non riscuotesse successo e’ preferibile mettersi da parte ed attendere che sia disponibile al dialogo. E’ consigliabile mantenere un atteggiamento fermo e moderato per avvicinarlo ed entrare nel suo mondo qualora lui/lei lo consenta, altrimenti e’ necessario attendere e non voler entrare a tutti costi nel suo mondo se al momento non e’ pronto.