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Perche’ non scegliere un partner narcisista

Roma 15 Maggio 2014

 

A cura del dott. Marco Salerno psicologo psicoterapeuta a Roma

 

Le persone che scelgono di avere un partner narcisista sono quelle che si trovano ad avere vicino un manipolatore emotivo e che mettono inconsapevolmente nelle sue mani i propri bisogni, il benessere e la realizzazione dei propri desideri. Chi si accompagna ad un partner narcisista di solito e’ una persona molto comprensiva, accogliente, generosa e affidabile che compiace chi ha vicino ma allo stesso tempo viene  manipolata con facilita’ poiche’ assume un atteggiamento passivo, prova un forte senso di colpa e del dovere, profonda paura della rabbia altrui. Preferisce star male e sentirsi ferita piuttosto che vedere il proprio partner arrabbiato, triste o depresso, assumendosi ogni responsabilita’. Si sente facilmente vulnerabile rispetto ad individuai molto centrati su di se e sui propri bisogni. La difficolta’ piu’ grande di chi vive una relazione con un narcista manipolatore e’ che non si rende conto che sta rinunciando a se stesso in funzione del proprio partner, e quando se ne rende conto prova rabbia ma continua ugualmente a stare nella relazione. Questo tipo di rapporti si caratterizzano per essere molto coinvolgenti emotivamente, con il passare del tempo l’apparente equilibrio della coppia, dove i ruoli di chi riceve e di chi da, rigidamente codificati, si amplificano sempre di piu’, e chi riceve vuole sempre piu’ disponibilita’ da parte di chi soddisfa i propri bisogni. Sfortunatamente tale schema relazionale di coppia si irrigidisce ad olranza e ogni tentativo di cambiarlo sara’ vano a meno che non si interrompa la relazione.

Le ragioni che impediscono di trovare un partner gradito

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Roma 13 Maggio 2014

 

A cura del Dott. Marco Salerno

 

La ricerca di una persona con cui instaurare una relazione amorosa e’ uno dei temi che ha caratterizzato la storia dell’umanita’ sin dalle sue origini. Amare ed essere amati e’ il moto d’animo che guida l’esistenza umana e cerca di dare un senso al contatto e all’incontro con il prossimo in una ottica di scoperta e di scambio reciproco. Le fantasie e le aspettative che accompagnano una relazione sono molteplici, spaziano da quelle definite dal contesto socio culturale di appartenenza a quelle piu’ profonde e personali che originano dalla storia personale di ognuno di noi. Ma perche’ sembra essere diventato cosi’ difficile incontrare una persona con cui instaurare una relazione significativa? In realta’ molti di noi, pur affermando frequentemente di volere una relazione d’amore sono allo stesso tempo tremendamente spaventati da questa idea quando si confrontano con l’opportunita’ di viverla, per paura di essere feriti. L’amore ci rende vulnerabili perche’ quando incontriamo una persona esploriamo un territorio a noi fino ad ora sconosciuto. Il fidarsi del potenziale partner, innesca una serie di fantasie che contengono i nostri bisogni e desideri  di intimita’ piu’ profondi che ci spaventano per paura di trovarci soli dopo aver investito in una relazione. Una relazione richiama le nostre esperienze relazionali passate avute con le figure significative, come familiari, genitori, partner, fratelli e sorelle, ecc. relazioni che in qualche modo ci hanno segnato e ferito e di cui portiamo addosso ancora le cicatrici. Le modalita’ con cui abbiamo vissuto queste rapport passati condizionano la percezione che abbiamo della relazione presente come se il vecchio contaminasse il nuovo. Le passate dinamiche potrebbero impedirci di apririci ad un nuovo partner o spingerci a relazionarci a lui ripetendo gli stessi vissuti affettivi che hanno caratterizzato il nostro passato di cui vogliamo tanto liberarci ma che paradossalmente ci dona sicurezza anche nel dolore che ci provoca. Il dottore Pat Love ha sintetizzato questo punto in una celebre frase: ” quando aneli per tanto tempo all’amore rischi di associarlo al dolore di non averlo mai avuto in passato”.

Postura e comunicazione nell’uomo e nella donna

Roma 1 Maggio 2014

 

A cura del Dott. Marco Salerno psicologo psicoterapeuta a Roma

 

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Quando due persone si incontrano, veicolano inconsapevolmente   una miriade di messaggi non verbali attraverso la postura e le posizioni che adottano. Lo psichiatra Albert Scheflin afferma che ogni persona, quando interagisce con un’altra, organizza il proprio spazio personale attraverso una particolare “struttura spaziale” che definisce la posizione del corpo rispetto al proprio interlocutore. Scheflin identifica tre tipologie di “strutture spaziali”:

 

  1. la struttura spaziale “vis-a- vis”: quando due persone si incontrano, si salutano e si rivolgono l’uno all’altro, adottano una posizione in cui il viso dell’uno e’ rivolto verso quello dell’altro. Entrambi adottano uno spazio interpersonale in funzione delle loro abitudini e tradizioni culturali, il livello di intimita’, il tipo di relazione che hanno, lo spazio disponibile e il contest di appartenenza. La struttura vis a vis e’ il prerequisito per adottare successivamente il contatto visivo.
  2. la struttura spaziale “l’uno accanto all’altro”: questo tipo di struttura e’ adottato in particolare modo dagli uomini quando si incontrano tra loro e prelude al contatto visivo. Le persone che non si conoscono adottano questa struttura spaziale, prendiamo ad esempio chi condivide con noi una panchina o la corsa in ascensore.
  3. La struttura spaziale ” conclusione di una attivita’ “: questo tipo di struttura indica viene adottata da una persona quando vuole comunicare che ha terminato una attivita’ o vuole uscire dal gruppo di appartenenza Per cui modifica la propria postura e fa un passo indietro, guarda in basso, conclude la comunicazione e  intraprende un’altra attivita’.

Cibo per vivere o vivere per il cibo?

Roma 28 aprile 2014

A cura del Dott. Marco Salerno

  Le donne cibo dipendenti subiscono spesso frustrazioni, soffrono una costante solitudine affettiva, patiscono il vuoto emotivo e rinunciano a se’ compensando questo dolore  con un comportamento patologico verso il cibo paragonabile ad una ribellione sotterranea mai vissuta in modo consapevole. Spesso  queste donne sono impelagate in relazioni dove ricoprono il ruolo di crocerossina, dove si fanno carico dei problemi del partner e non riescono a mettere dei limiti, sentendosi travolte dal rapporto. Hanno una scarsa consapevolezza dei propri bisogni e una eccessiva attenzione rivolta a chi le circonda, quando aiutanogli altri dimenticano i propri bisogni inappagati. Nella vita di molte donne affette da disturbi dell’alimentazione c’e’ sempre qualcosa che non va come una relazione insoddisfacente, un posto di lavoro sbagliato, la difficolta’ ad affermarsi, uno scarso egoismo, paure, scarso senso di responsabilita’ verso se stesse, timidezza, paure e ossessioni. La paura piu’ grande e’ quella di essere rifiutate e di non sentirsi mai all’altezza delle situazioni a causa di una scarsa autostima e fiducia in se’. La maggior parte delle donne grasse immagina irrazionalmente che se perdessero peso la loro vita cambiarebbe radicalmente e si libererebbero dai problemi.

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“Esiste un momento per tacere, cosi’ come esiste un momento per parlare. Nell’ordine il momento per tacere deve sempre venire prima:solo quando si sara’ imparato a mantenere il silenzio si potra’ imparare a parlare rettamente. In realta’ e’ bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga piu’ del silenzio”

Abate Joseph Antoine Toussaint Dinouart 1771.

Liberarsi dalla manipolazione e dalla dipendenza affettiva: gruppo di aiuto a Roma

Il Dott. Marco Salerno e la Dott.ssa Ilaria Monticone conducono esclusivamente a Roma dal  14 marzo 2014, il gruppo di aiuto per liberarsi dalla manipolazione relazionale e dalla dipendenza affettiva.

 

Le persone affette da dipendenza affettiva sono terrorizzate di perdere chi amano, poiché lo considerano l’unica persona che può donare loro amore e affetto.  I dipendenti affettivi chiedono amore a chi non lo sa dare, dedicano la loro vita a soddisfare le richieste del manipolatore e rinunciano a ogni bisogno e desiderio pur di essere amati. La relazione che si instaura tra dipendete e manipolatore affettivo è un circolo vizioso che può essere interrotto solo quando il dipendente affettivo recupera l’autostima, inizia ad ascoltare le proprie emozioni e soprattutto impara a sentirsi finalmente una persona degna di essere amata che non ha bisogno di elemosinare amore. L’esperienza della manipolazione affettiva devasta chi la vive che si sente sempre meno adeguato e capace di affrontare la vita, facendo dipendere il proprio valore dal giudizio del manipolatore. Il manipolatore affettivo può essere il partner, o un familiare, un amico, un collega di lavoro che “utilizza” il bisogno di affetto della propria vittima suscitando in lei il senso di colpa, criticandola e aggredendola costantemente quando le sue richieste non vengono soddisfatte. Questo comportamento alla lunga scardina l’autostima della vittima, la quale si sente sempre meno adatta e degna di essere amata. Le conseguenze di questa spirale distruttiva sono devastanti per il dipendente affettivo che sviluppa una serie di sintomi, sia psicologici sia fisici come aggressività, ansia, paura della solitudine, tristezza, emicranie, disturbi digestivi, mancanza di appetito, disturbi del sonno, attacchi di panico e rabbia incontrollata.

La relazione con un narcisista

Roma 18 febbraio 2014

A cura del Dott. Marco Salerno, psicologo psicoterapeuta a Roma

Prima di relazionarci ad un narcisista dovremmo sapere alcune cose che probabilmente dopo una analisi più approfondita ci faranno desistere dall’impresa. Il narcisista si caratterizza per la presenza di un io ipertrofico che si è formato a causa di un arresto dello sviluppo psicologico durante l’infanzia. Questo ha determinato la chiusura in sé e la creazione di fantasie di grandiosità che lo hanno portato a considerarsi superiore, speciale, amabile e più importante rispetto alle altre persone. Lo sviluppo di una percezione distorta e amplificata di sé ha lo scopo di nascondere la vulnerabilità e la sensazione di impotenza avvertita quando si confronta con l’ambiente esterno. Per mantenere  il proprio sé grandioso sempre vivo e per nascondere le proprie paure, il narcisista è alla ricerca costante di attenzione e adulazione, quando questo non è possibile insorgono in lui significativi segni di rabbia e insofferenza. Non tutti i narcisisti sono uguali, quelli che hanno sviluppato una maggiore autopercezione di impotenza e di fragilità sono alla continua ricerca di una conferma dall’esterno del loro valore per mitigare il dolore emotivo che li accompagna.

Come riconoscere un narcisista

Roma 10 febbraio 2014

A cura del Dott. Marco Salerno psicologo psicoterapeuta a Roma

Il narcisismo è un aspetto della personalità che si snoda lungo un continuum, ad un estremo sono presenti i tratti narcisistici sani che coincidono con un equilibrato amor proprio, all’altro invece troviamo il disturbo narcisistico di personalità che coincide con una percezione grandiosa di se e una totale mancanza di empatia. Il narcisista è una persona profondamente convinta che i suoi interessi, le sue priorità e opinioni sono più importanti di quelle di chiunque altro, pur sembrando a volte in pubblico pacato e compassato, in privato assume un atteggiamento prevaricante ed egocentrico. Vive spesso in un mondo immaginario, popolato da fantasie di successo e di amore illimitato ma non si mette in gioco per realizzarle. Crede di essere unico e speciale, solo persone altrettanto speciali possono comprenderlo. Ha continuamente bisogno di essere ammirato e non riesce ad ascoltare attentamente i  discorsi di chi lo circonda perché ha bisogno di stare sempre al centro dell’attenzione. Il sentirsi su un piano diverso rispetto alle persone comuni fa credere al narcisista che il rispetto delle regole, l’impegnarsi e il mettersi in gioco in prima persona non lo riguarda poiché lui è al di sopra di queste cose da cui si sente esentato. Tende a sfruttare le persone senza provare alcun senso di colpa o rimorso e adotta spesso un atteggiamento manipolatorio dal quale cerca di trarre il massimo beneficio con il minimo sforzo. Incapace di provare empatia, è chiuso nel suo delirio di grandiosità, mostra una attenzione superficiale all’inizio delle relazioni per poi provare un totale disinteresse.

Ritratto di un narcisista

Il narcisismo è un aspetto della personalità che si snoda lungo un continuum, ad un estremo sono presenti i tratti narcisistici sani che coincidono con un equilibrato amor proprio, all’altro invece troviamo il disturbo narcisistico di personalità che coincide con una percezione grandiosa di se e una totale mancanza di empatia. Il narcisista è una persona profondamente convinta che i suoi interessi, le sue priorità e opinioni più importanti di quelle di chiunque altro, pur sembrando a volte in pubblico pacato e compassato, in privato assume un atteggiamento prevaricante ed egocentrico. Vive spesso in un mondo immaginario, popolato da fantasie di successo e di amore illimitato ma non si mette in gioco per realizzarle. Crede di essere unico e speciale, solo persone altrettanto speciali possono comprenderlo. Ha continuamente bisogno di essere ammirato e non riesce ad ascoltare attentamente i  discorsi di chi lo circonda perché ha bisogno di stare sempre al centro dell’attenzione. Il sentirsi su un piano diverso rispetto alle persone comuni fa credere al narcisista che il rispetto delle regole, l’impegnarsi e il mettersi in gioco in prima persona non lo riguarda poiché lui è al di sopra di queste cose da cui si sente esentato. Tende a sfruttare le persone senza provare alcun senso di colpa o rimorso e adotta spesso un atteggiamento manipolatorio dal quale cerca di trarre il massimo beneficio con il minimo sforzo. Incapace di provare empatia, è chiuso nel suo delirio di grandiosità, mostra una attenzione superficiale all’inizio delle relazioni per poi provare un totale interesse.

L’altruista compulsivo

Roma 30 gennaio 2014

A cura del Dott. Marco Salerno

In un periodo storico in cui l’individualismo è diventato sempre più difficile da arginare, il dare e il ricevere hanno trovato nuovi equilibri e modi di esistere. Un eccesso di altruismo a volte cela una profonda difficoltà nel ricevere amore, complimenti e nel sentirsi accolto per cui è più sicuro  dare per primo pur di non vivere la profonda paura di rimanere “a mani vuote”. In altre parole alcune persone non si sentono all’altezza di ricevere un riconoscimento del loro valore da parte di un altra persona e non riconoscono che anche loro desiderano instaurare un rapporto intimo di amicizia, di coppia, un contatto autentico che non li faccia sentire soli e svuotati dando sempre e non ricevendo mai.  Spesso l’altruista compulsivo è il primo ad offrire  il proprio aiuto in modo indistinto non valutando le condizioni e le motivazioni che lo spingono ad agire.

Lo psicologo J. Amodeo ha rintracciato cinque differenti cause alla base dell’altruismo compulsivo:

1) Difesa dall’intimità: ricevere implica la creazione di un contatto profondo con un’altra persona che vuole regalarci un abbraccio, un complimento, un gesto con cui esprimere il suo desiderio di avvicinarsi a noi. La paura dell’intimità costituisce una barriera protettiva disfunzionale che  impedisce di creare un punto di incontro con l’altro, accettando la sua presenza nella propria sfera intima.

2) Mantenere il controllo: dare senza ricevere consente di mantenere il controllo sulle relazioni e di evitare di mettersi in gioco nella dinamica relazionale. Uno degli effetti più gravi che l’altruismo compulsivo può determinare è quello di non riuscire più a distinguere se siamo disponibili a dare perché mossi da un autentico sentimento di generosità o perché prigionieri di un circolo vizioso che ci protegge dal contatto.

3) Paura di sentirsi in obbligo: la paura di ricevere può essere anche ricondotta ad una condizione  passata in cui si è ricevuto un riconoscimento o un complimento solo dopo aver conseguito un risultato. Questo significa che il compiacere le persone affettivamente significative era l’unico modo per essere amati e che la percezione di quello che siamo è determinata da quello che facciamo. In quest’ottica il ricevere corrisponde a sentirsi osservati e valutati e fa sentire sempre sotto esame e mai al sicuro.

4) Equiparare il ricevere all’essere egoisti : i condizionamenti culturali e religiosi e una cultura romantica molto in voga hanno definito un quadro relazionale nel quale dare è considerato un gesto più accettabile che ricevere. Inoltre il narcisismo dilagante che mette al centro della vita l’esistenza assoluta del singolo ma non tiene in considerazione il contesto sociale di appartenenza, ha creato una sorta di stigma verso chi persegue in modo sano la propria autorealizzazione anche attraverso il ricevere un riconoscimento. Sfortunatamente si trascura il fatto che vi è anche un narcisismo sano che è alla base della creazione del benessere individuale che consente di assaporare i piaceri della vita senza calpestare o escludere il contesto di riferimento. Alternare dare e ricevere è un modo maturo e consapevole per stabilire una relazione sana e appagante con un altro individuo, consente di mantenere una condizione di equilibrio e allo stesso tempo di nutrirsi affettivamente.

5) Non ricevere per evitare di contraccambiare : il timore di ricevere può celare la paura di sentirsi in debito rispetto ad un complimento ricevuto o ad una cortesia fatta senza alcuno scopo se non quello di dare piacere. Si assume che dietro ogni gesto possa esservi sempre un secondo fine come se le relazioni umane fossero regolate dal principio della manipolazione e del controllo.

Secondo lo psicologo J. Amodeo la reciprocità di uno scambio avviene quando non vi è alcuna distinzione tra il dare e l’avere poiché entrambi i membri della relazione danno e ricevono in modo unico ed è proprio questo che rende uno scambio profondo e intimo.

J. Amodeo Dancing with the fire: a mindufl way to living relationships, Quest Books 2013