+393474661496 Via della Frezza 44, 00186 - Roma dottmarcosalerno@gmail.com

Amore sano e amore tossico

Roma 11 giugno 2023

A cura del dott. Marco Salerno

 

Battisti cantava “amarsi un po’ è come bere”, ma il suo paroliere
Mogol utilizzava la forma riflessiva del verbo per indicare la
reciprocità dell’atto d’amore, per dirne in fondo la facilità, la
naturalezza del sano scambio d’amore.
Ma qui noi invece vorremmo parlare di quanto importante e
salvifico sia amarsi nel senso propriamente riflessivo del
termine, ovvero quanto sia necessario per il proprio personale
benessere saper amare se stessi.
Il che non comporta automaticamente diventare dei narcisisti, i
quali amano sì se stessi, ma a discapito degli altri, sia amano
senza misura, senza limiti, arrogandosi il diritto di abusare del
prossimo, credendosi i padroni dell’universo.
Viceversa, amare se stessi “q.b.”, come troviamo spesso scritto
alla voce posologia dei bugiardini dei medicinali, ovvero “quanto
basta”, perciò con la giusta moderazione, con buon senso, può
rivelarsi un ottimo antidoto per sfuggire ai veleni manipolatori
dei narcisisti patologici.
La giusta dose di autostima ci permette di porre dei limiti a
quanto gli altri possono chiederci di dare loro, impedisce a
coloro cui diamo un dito di prendersi tutto il braccio, qualora
siano dei predatori che non aspettano altro che di incappare in
dei miti erbivori da divorare.

Sappiamo che il tipico individuo affetto da narcisismo possiede
la peculiare abilità di intrappolare vittime che tipicamente siano
alla ricerca di affetto e conferme altrui in quanto non in grado di
valutarsi con giusto e lucido equilibrio, e pertanto utilizza nella
fase iniziale della seduzione tutto un armamentario di lusinghe
che tendono a indebolire le difese della potenziale preda,
rendendola più malleabile e cieca al pericolo incombente.

Chi, lavorando pazientemente su se stesso, ha imparato a
conoscere i propri punti di forza quanto le proprie debolezze, e
dunque ha ben chiaro il perimetro della propria personalità, con
tutte le sue luci ed ombre, resta sostanzialmente immune a
questa sfacciata tattica di mielose blandizie, avverte quasi
subito la falsità di tale strategia e tende ad allontanare il
predatore.
I soggetti tossici hanno bisogno, per evitare che si interrompa il
vitale (per loro) ciclo di approvvigionamento narcisistico, di
vittime che siano prone alle manipolazioni e annusano da
lontano i co-dipendenti che gli assicureranno ciò di cui hanno
bisogno per sopravvivere.
Pertanto, si terranno alla larga da quelli che in maniera più o
meno evidente ed esplicita, dimostrano che oltre un certo limite
con loro non è lecito spingersi.
Non è sempre facile, soprattutto per chi ha un’indole
particolarmente altruista e generosa, imparare a dire dei no, a
non dare sempre e comunque, a non sacrificarsi senza
condizioni.
Certo, esiste l’amore oblativo, quello che non vuole nulla in
cambio, che non si aspetta niente, nemmeno gratitudine, ma
bisogna fare attenzione innanzitutto al contesto affettivo in cui lo
si attua e soprattutto chi ne è il ricevente.
Perché è sano aspettarsi gratitudine da parte di chi riceve le
nostre attenzioni, così come è sano anche provare a dare in
proporzione a quanto si è ricevuto, per misurare, soprattutto se
si è ad esempio all’inizio di una relazione, quanto il partner
abbia intenzione di amarci o invece solo di sfruttarci.

Molti tendono a dare esageratamente al prossimo, talvolta
perché pensano che solo così meriteranno in cambio l’affetto
agognato, ma se s’imbatteranno in partner sani, questi
freneranno con dolcezza questa bulimia amorosa, facendo
comprendere al partner, all’amico, che l’amore deve essere

anzitutto uno scambio, il più equo possibile e non una gara; se
viceversa incontreranno dei narcisisti, che sono essenzialmente
dei parassiti in perenne ricerca di organismi che li ospitino, da
cui possano suggere tutta l’energia e la vitalità, ebbene, questi
non esiteranno a prendersi tutto e di più, fino a ridurre allo stato
larvale il cuore che tanto generosamente si erano visti aprire.
Dunque, ama te stesso, sappi quando è il caso di essere la tua
stessa priorità, non lasciare che gli altri pensino che tu sia
sempre a disposizione: chi ti ama e ti rispetta saprà quando
poterti chiedere, e non lo farà quando capirà che non è il
momento.
Ma pure chi non ti ama, anzi è lì pronto ad affondare le zanne
nel tuo cuore, da bravo predatore sentirà istintivamente se sei
forte o debole, se il tuo territorio è ben marcato, intuirà se ci
sono dei muri, seppur invisibili, che hai eretto a difesa della tua
salubrità mentale ed affettiva.
E non oserà attaccare.

Anche nel linguaggio è fondamentale apprendere la forza
dell’assertività, della chiarezza: il narcisista sguazza
nell’ambiguità, nell’opacità delle sue torbide manipolazioni.
Dunque, quale arma migliore per spuntare le sue che utilizzare
sempre la limpidezza della parola inequivocabile?
La sincerità, la verità sono l’antidoto alle nebbie del gaslighting,
spiazzano i tentativi di accerchiamento del narcisista, sono
barriere contro cui rimbalzano le sue menzogne tossiche.
Ecco perché gli altri devono capire fino a dove è lecito spingersi
con noi: per evitare gli inganni e i patimenti di una relazione
tossica è vitale apporre sulla nostra strada un bel cartello:
“Vietato oltrepassare”.

 

Credits: www.pierandreapriolo.it

Bibliografia: Bibi Hayworth, 7 anni di buio, Amazon

Ricostruire la propria vita dopo la fine di una relazione

Roma 20 dicembre 2016

 

A cura del dott. Marco Salerno psicologo psicoterapeuta a Roma

 

In una societa’ dove la sofferenza o e’ bandita o mercificata, l’abbandono spesso viene liquidato come un evento che bisogna superare rapidamente, a cui dedicare un poco tempo, che non vale la pena di vivere troppo profondamente come se il soffrire significasse dedicare tempo a chi si e’ perso e non a se stessi. La sofferenza e’ uno stato d’animo interiore che puo’ derivare dall’abbandono quando finisce una relazione (amicale, di coppia, familiare, ecc.) che innesca stati d’animo come la frustrazione,l’ansia, la rabbia , il dolore. Ogni abbandono implica una separazione e una chiusura, per cui e’ fondamentale trasformare l’abbandono, inteso come vissuto, in una separazione attiva grazie ad una corretta analisi, per comprendere le dinamiche sottostanti che hanno determinato questa situazione. Di solito si attivano due processi quando si vive un abbandono, il primo spinge a dare la colpa a se stessi mentre il secondo all’altro. Entrambi sono processi disfunzionali, poiche’ quando la persona attribuisce la colpa a se per la fine di una relazione, si auto investe di tutta la responsabilita’, escludendo l’altro dal quadro delle azioni che hanno portato alla rottura. Nel caso in cui si attribuisca in esclusiva al partner il fallimento della relazione, si evita di considerare il proprio contributo all’interno della relazione. Solo alcune persone si pongono la necessaria domanda “Che cosa ho sbagliato o fatto io? Che cosa ha sbagliato lui/lei?”. La risposta a questa domanda e’ il primo passo per trasformare un evento traumatico (la fine della relazione) in un momento di riflessione, di  emotivi dolorosi, dei pensieri disfunzionali, sperimentati durante la relazione e che hanno condotto alla sua fine. Elaborare con consapevolezza il motivo per cui avviene un evento negativo, liberandosi dal giudizio, porta ad una profonda consapevolezza dei processi emotivi e cognitivi che si attivano in modo inconsapevole e ripetitivo durante una relazione.