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Genitori manipolatori

Roma 9 febbraio 2015

 

A cura del dott. Marco Salerno

 

 

I genitori sono la fonte di protezione, rassicurazione, accoglienza e amore incondizionato che agiscono per il bene dei figli e favoriscono la loro crescita, soddisfando i loro bisogni e  favorendo l’acquisizione dell’autonomia. La coppia genitoriale e’ composta da due individui  distinti, che vivono, agiscono e pensano a seconda del grado di consapevolezza e di maturazione affettiva emotiva che hanno raggiunto. E’ possibile distinguere genitori sani ed equilibrati che allevano i loro figli amandoli in modo nutriente e responsabile, riconoscendoli come esseri viventi a se’ stanti. Sono consapevoli dei loro punti di forza e dei loro limiti, desiderosi di migliorarsi e di ascoltare i propri figli per garantire loro una  vita equilibrata ed emotivamente soddisfacente. I genitori affetti da problemi psicologici, da nodi esitenziali irrisolti, da dipendenze e da patologie psichiatriche, situazione molto diffusa piu’ di quanto si possa immaginare, manifestano ogni giorno nella relazione con i figli il loro disagio  sotto forma della manipolazione affettiva. Essere genitori non implica avere la capacita’ di amare consapevolmente i propri figli, un genitore e’ colui che genera i figli fisicamente o li adotta ma sono solo le singole persone che attribuiscono un significato autentico  a questo ruolo. Coloro che pur essendo genitori, vivono nella relazione con i figli le loro ferite infantili, si caratterizzano per un alto grado di immaturita’ che crea un clima emotivamente tossico nella famiglia.

Quando il silenzio uccide le relazioni

“Esiste un momento per tacere, cosi’ come esiste un momento per parlare. Nell’ordine il momento per tacere deve sempre venire prima:solo quando si sara’ imparato a mantenere il silenzio si potra’ imparare a parlare rettamente. In realta’ e’ bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga piu’ del silenzio”

Abate Joseph Antoine Toussaint Dinouart 1771.

Liberarsi dalla manipolazione e dalla dipendenza affettiva: gruppo di aiuto a Roma

Il Dott. Marco Salerno e la Dott.ssa Ilaria Monticone conducono esclusivamente a Roma dal  14 marzo 2014, il gruppo di aiuto per liberarsi dalla manipolazione relazionale e dalla dipendenza affettiva.

 

Le persone affette da dipendenza affettiva sono terrorizzate di perdere chi amano, poiché lo considerano l’unica persona che può donare loro amore e affetto.  I dipendenti affettivi chiedono amore a chi non lo sa dare, dedicano la loro vita a soddisfare le richieste del manipolatore e rinunciano a ogni bisogno e desiderio pur di essere amati. La relazione che si instaura tra dipendete e manipolatore affettivo è un circolo vizioso che può essere interrotto solo quando il dipendente affettivo recupera l’autostima, inizia ad ascoltare le proprie emozioni e soprattutto impara a sentirsi finalmente una persona degna di essere amata che non ha bisogno di elemosinare amore. L’esperienza della manipolazione affettiva devasta chi la vive che si sente sempre meno adeguato e capace di affrontare la vita, facendo dipendere il proprio valore dal giudizio del manipolatore. Il manipolatore affettivo può essere il partner, o un familiare, un amico, un collega di lavoro che “utilizza” il bisogno di affetto della propria vittima suscitando in lei il senso di colpa, criticandola e aggredendola costantemente quando le sue richieste non vengono soddisfatte. Questo comportamento alla lunga scardina l’autostima della vittima, la quale si sente sempre meno adatta e degna di essere amata. Le conseguenze di questa spirale distruttiva sono devastanti per il dipendente affettivo che sviluppa una serie di sintomi, sia psicologici sia fisici come aggressività, ansia, paura della solitudine, tristezza, emicranie, disturbi digestivi, mancanza di appetito, disturbi del sonno, attacchi di panico e rabbia incontrollata.

La relazione con un narcisista

Roma 18 febbraio 2014

A cura del Dott. Marco Salerno, psicologo psicoterapeuta a Roma

Prima di relazionarci ad un narcisista dovremmo sapere alcune cose che probabilmente dopo una analisi più approfondita ci faranno desistere dall’impresa. Il narcisista si caratterizza per la presenza di un io ipertrofico che si è formato a causa di un arresto dello sviluppo psicologico durante l’infanzia. Questo ha determinato la chiusura in sé e la creazione di fantasie di grandiosità che lo hanno portato a considerarsi superiore, speciale, amabile e più importante rispetto alle altre persone. Lo sviluppo di una percezione distorta e amplificata di sé ha lo scopo di nascondere la vulnerabilità e la sensazione di impotenza avvertita quando si confronta con l’ambiente esterno. Per mantenere  il proprio sé grandioso sempre vivo e per nascondere le proprie paure, il narcisista è alla ricerca costante di attenzione e adulazione, quando questo non è possibile insorgono in lui significativi segni di rabbia e insofferenza. Non tutti i narcisisti sono uguali, quelli che hanno sviluppato una maggiore autopercezione di impotenza e di fragilità sono alla continua ricerca di una conferma dall’esterno del loro valore per mitigare il dolore emotivo che li accompagna.

Ritratto di un narcisista

Il narcisismo è un aspetto della personalità che si snoda lungo un continuum, ad un estremo sono presenti i tratti narcisistici sani che coincidono con un equilibrato amor proprio, all’altro invece troviamo il disturbo narcisistico di personalità che coincide con una percezione grandiosa di se e una totale mancanza di empatia. Il narcisista è una persona profondamente convinta che i suoi interessi, le sue priorità e opinioni più importanti di quelle di chiunque altro, pur sembrando a volte in pubblico pacato e compassato, in privato assume un atteggiamento prevaricante ed egocentrico. Vive spesso in un mondo immaginario, popolato da fantasie di successo e di amore illimitato ma non si mette in gioco per realizzarle. Crede di essere unico e speciale, solo persone altrettanto speciali possono comprenderlo. Ha continuamente bisogno di essere ammirato e non riesce ad ascoltare attentamente i  discorsi di chi lo circonda perché ha bisogno di stare sempre al centro dell’attenzione. Il sentirsi su un piano diverso rispetto alle persone comuni fa credere al narcisista che il rispetto delle regole, l’impegnarsi e il mettersi in gioco in prima persona non lo riguarda poiché lui è al di sopra di queste cose da cui si sente esentato. Tende a sfruttare le persone senza provare alcun senso di colpa o rimorso e adotta spesso un atteggiamento manipolatorio dal quale cerca di trarre il massimo beneficio con il minimo sforzo. Incapace di provare empatia, è chiuso nel suo delirio di grandiosità, mostra una attenzione superficiale all’inizio delle relazioni per poi provare un totale interesse.

Come riconoscere un narcisista

Roma 10 febbraio 2014

A cura del Dott. Marco Salerno psicologo psicoterapeuta a Roma

Il narcisismo è un aspetto della personalità che si snoda lungo un continuum, ad un estremo sono presenti i tratti narcisistici sani che coincidono con un equilibrato amor proprio, all’altro invece troviamo il disturbo narcisistico di personalità che coincide con una percezione grandiosa di se e una totale mancanza di empatia. Il narcisista è una persona profondamente convinta che i suoi interessi, le sue priorità e opinioni sono più importanti di quelle di chiunque altro, pur sembrando a volte in pubblico pacato e compassato, in privato assume un atteggiamento prevaricante ed egocentrico. Vive spesso in un mondo immaginario, popolato da fantasie di successo e di amore illimitato ma non si mette in gioco per realizzarle. Crede di essere unico e speciale, solo persone altrettanto speciali possono comprenderlo. Ha continuamente bisogno di essere ammirato e non riesce ad ascoltare attentamente i  discorsi di chi lo circonda perché ha bisogno di stare sempre al centro dell’attenzione. Il sentirsi su un piano diverso rispetto alle persone comuni fa credere al narcisista che il rispetto delle regole, l’impegnarsi e il mettersi in gioco in prima persona non lo riguarda poiché lui è al di sopra di queste cose da cui si sente esentato. Tende a sfruttare le persone senza provare alcun senso di colpa o rimorso e adotta spesso un atteggiamento manipolatorio dal quale cerca di trarre il massimo beneficio con il minimo sforzo. Incapace di provare empatia, è chiuso nel suo delirio di grandiosità, mostra una attenzione superficiale all’inizio delle relazioni per poi provare un totale disinteresse.

L’altruista compulsivo

Roma 30 gennaio 2014

A cura del Dott. Marco Salerno

In un periodo storico in cui l’individualismo è diventato sempre più difficile da arginare, il dare e il ricevere hanno trovato nuovi equilibri e modi di esistere. Un eccesso di altruismo a volte cela una profonda difficoltà nel ricevere amore, complimenti e nel sentirsi accolto per cui è più sicuro  dare per primo pur di non vivere la profonda paura di rimanere “a mani vuote”. In altre parole alcune persone non si sentono all’altezza di ricevere un riconoscimento del loro valore da parte di un altra persona e non riconoscono che anche loro desiderano instaurare un rapporto intimo di amicizia, di coppia, un contatto autentico che non li faccia sentire soli e svuotati dando sempre e non ricevendo mai.  Spesso l’altruista compulsivo è il primo ad offrire  il proprio aiuto in modo indistinto non valutando le condizioni e le motivazioni che lo spingono ad agire.

Lo psicologo J. Amodeo ha rintracciato cinque differenti cause alla base dell’altruismo compulsivo:

1) Difesa dall’intimità: ricevere implica la creazione di un contatto profondo con un’altra persona che vuole regalarci un abbraccio, un complimento, un gesto con cui esprimere il suo desiderio di avvicinarsi a noi. La paura dell’intimità costituisce una barriera protettiva disfunzionale che  impedisce di creare un punto di incontro con l’altro, accettando la sua presenza nella propria sfera intima.

2) Mantenere il controllo: dare senza ricevere consente di mantenere il controllo sulle relazioni e di evitare di mettersi in gioco nella dinamica relazionale. Uno degli effetti più gravi che l’altruismo compulsivo può determinare è quello di non riuscire più a distinguere se siamo disponibili a dare perché mossi da un autentico sentimento di generosità o perché prigionieri di un circolo vizioso che ci protegge dal contatto.

3) Paura di sentirsi in obbligo: la paura di ricevere può essere anche ricondotta ad una condizione  passata in cui si è ricevuto un riconoscimento o un complimento solo dopo aver conseguito un risultato. Questo significa che il compiacere le persone affettivamente significative era l’unico modo per essere amati e che la percezione di quello che siamo è determinata da quello che facciamo. In quest’ottica il ricevere corrisponde a sentirsi osservati e valutati e fa sentire sempre sotto esame e mai al sicuro.

4) Equiparare il ricevere all’essere egoisti : i condizionamenti culturali e religiosi e una cultura romantica molto in voga hanno definito un quadro relazionale nel quale dare è considerato un gesto più accettabile che ricevere. Inoltre il narcisismo dilagante che mette al centro della vita l’esistenza assoluta del singolo ma non tiene in considerazione il contesto sociale di appartenenza, ha creato una sorta di stigma verso chi persegue in modo sano la propria autorealizzazione anche attraverso il ricevere un riconoscimento. Sfortunatamente si trascura il fatto che vi è anche un narcisismo sano che è alla base della creazione del benessere individuale che consente di assaporare i piaceri della vita senza calpestare o escludere il contesto di riferimento. Alternare dare e ricevere è un modo maturo e consapevole per stabilire una relazione sana e appagante con un altro individuo, consente di mantenere una condizione di equilibrio e allo stesso tempo di nutrirsi affettivamente.

5) Non ricevere per evitare di contraccambiare : il timore di ricevere può celare la paura di sentirsi in debito rispetto ad un complimento ricevuto o ad una cortesia fatta senza alcuno scopo se non quello di dare piacere. Si assume che dietro ogni gesto possa esservi sempre un secondo fine come se le relazioni umane fossero regolate dal principio della manipolazione e del controllo.

Secondo lo psicologo J. Amodeo la reciprocità di uno scambio avviene quando non vi è alcuna distinzione tra il dare e l’avere poiché entrambi i membri della relazione danno e ricevono in modo unico ed è proprio questo che rende uno scambio profondo e intimo.

J. Amodeo Dancing with the fire: a mindufl way to living relationships, Quest Books 2013

Il ciclo della dipendenza affettiva

  • Roma 28 gennaio 2014

A cura del Dott. Marco Salerno

La dipendenza affettiva può essere annoverata come una vera patologia che impedisce di instaurare una relazione stabile e soddisfacente. Lo psicologo Stephen Arterburn ha identificato le dieci fasi che definiscono il ciclo della dipendenza affettiva.

  1. Ossessione:  il soggetto è pervaso da pensieri romantici, la concentrazione è scarsa, la capacità di giudizio è assente ed emerge una marcata propensione ad alimentare fantasie romantiche ossessive. Questa fase si caratterizza per la presenza di una ossessione continua che spinge l’individuo a ricercare una persona con cui vivere una storia romantica. Il processo ossessivo può essere innescato da diversi episodi come l’incontro con una persona attraente o il vivere una fase di autocommiserazione  o depressione. Inoltre qualunque tentativo che il dipendente fa per non cadere nella dipendenza non fa altro che alimentare la dipendenza stessa.
  2. Caccia: inizia la ricerca di qualcuno o di qualcosa che possa placare il pensiero ossessivo. La ricerca influenza significativamente la vita del dipendente affettivo e terminerà solo quando avrà trovato la persona o la cosa che lo soddisferà o nel caso in cui venga scoperto.

Liberarsi dalla manipolazione e dalla dipendenza affettiva: gruppo di aiuto a Roma

 

Il Dott. Marco Salerno e la Dott.ssa Ilaria Monticone conducono esclusivamente a Roma dal  14 marzo 2014, il gruppo di aiuto per liberarsi dalla manipolazione relazionale e dalla dipendenza affettiva.

 

Le persone affette da dipendenza affettiva sono terrorizzate di perdere chi amano, poiché lo considerano l’unica persona che può donare loro amore e affetto.  I dipendenti affettivi chiedono amore a chi non lo sa dare, dedicano la loro vita a soddisfare le richieste del manipolatore e rinunciano a ogni bisogno e desiderio pur di essere amati. La relazione che si instaura tra dipendete e manipolatore affettivo è un circolo vizioso che può essere interrotto solo quando il dipendente affettivo recupera l’autostima, inizia ad ascoltare le proprie emozioni e soprattutto impara a sentirsi finalmente una persona degna di essere amata che non ha bisogno di elemosinare amore. L’esperienza della manipolazione affettiva devasta chi la vive che si sente sempre meno adeguato e capace di affrontare la vita, facendo dipendere il proprio valore dal giudizio del manipolatore. Il manipolatore affettivo può essere il partner, o un familiare, un amico, un collega di lavoro che “utilizza” il bisogno di affetto della propria vittima suscitando in lei il senso di colpa, criticandola e aggredendola costantemente quando le sue richieste non vengono soddisfatte. Questo comportamento alla lunga scardina l’autostima della vittima, la quale si sente sempre meno adatta e degna di essere amata. Le conseguenze di questa spirale distruttiva sono devastanti per il dipendente affettivo che sviluppa una serie di sintomi, sia psicologici sia fisici come aggressività, ansia, paura della solitudine, tristezza, emicranie, disturbi digestivi, mancanza di appetito, disturbi del sonno, attacchi di panico e rabbia incontrollata.

Origine della dipendenza affettiva femminile

Roma 20 gennaio 2014

A cura del Dott. Marco Salerno

La dipendenza affettiva è al pari di altre dipendenze una condizione che determina uno stato di malessere diffuso sia psichico che fisico. La psicologa Robin Norwood ha individuato le seguenti cause come origine della dipendenza affettiva femminile:

1) provenire da un contesto familiare disfunzionale dove i bisogni di intimità e di amore non sono stati presi in considerazione dalle figure significative di riferimento

2) soddisfare i propri bisogni di amore e di riconoscimento solo attraverso la cura del partner

3) scegliere uomini che appaiono bisognosi di aiuto e cercare di aiutarli e salvarli attraverso il proprio amore

4) avere una profonda paura dell’abbandono e fare qualunque cosa per evitarlo