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Il sesso e le emozioni nei giovani

 

 

Roma 22/10/2023

A cura del dott. Marco Salerno

Comizi d’amore, così s’intitolava uno straordinario film inchiesta del
1965 girato da Pasolini, nel quale il regista, poeta e intellettuale
interrogava gli italiani in giro per il Paese su temi incentrati
sull’amore e il rapporto con la sessualità in genere.
Ne sortì un affresco variegato e complesso, a tratti forse pure
desolante, ma anche con punte di comica, ove non grottesca, vera
e propria arretratezza culturale nei riguardi di un aspetto tanto
importante della vita di un essere umano.
Il secondo tempo, suddiviso in capitoli come il primo, è corredato
da interviste filmate su diverse spiagge affollate di villeggianti, in
un’Italia che viveva l’age d’or del boom, ma che registrava ancora
sostanziali differenze fra i ceti, e non solo di carattere economico,
ma anche culturale.
Eppure dalle risposte date dagli intervistati, sia in luoghi di
villeggiatura più popolari che in quelli più esclusivi e borghesi,
emerse una sostanziale diffusa ignoranza su certi temi che
accomunava gli strati più colti del Paese a quelli ancora non
particolarmente avanzati da questo punto di vista.
Tra i capitoli finali due recano per titolo Comizi sulle spiagge toscane
(popolari) o il sesso come piacere e Comizi sulle spiagge toscane (borghesi) o il
sesso come dovere, che già di per sé (ironicamente e acutamente)
segnano una visione del sesso, all’epoca, divisa fra spontaneo
vitalismo e più ingessato bigottismo, a seconda della classe sociale
di appartenenza.
Ma, allora, viene da chiedersi, quanto è cambiata la società
italiana, ma soprattutto l’approccio dei giovani, al vasto e sempre
delicato tema del rapporto con l’educazione sentimentale e
sessuale, a distanza di quasi sessant’anni da quell’illuminante
ritratto del Paese che fornì il documentario pasoliniano?
Ebbene, per certi versi poco, per altri moltissimo.

La rivoluzione sessuale, a partire dalla fine degli anni Sessanta del
Novecento, ha di sicuro stimolato e aiutato lo sviluppo e il
miglioramento sotto molteplici aspetti, anche da un punto di vista
normativo, della condizione femminile, a cominciare dalla sfera
familiare (basti pensare alle leggi degli anni Settanta su divorzio e
aborto), per arrivare alla legge 66 del 1996 che ha finalmente
novellato la disciplina delle norme in tema di stupro e violenza
sessuale, reati che vennero inseriti nel codice penale fra quelli
“contro la persona”, ben più severamente puniti rispetto a quanto
previsto dal vecchio Codice Rocco (risalente al periodo fascista,
pubblicato nel 1930) che li rubricava fra i “delitti contro la
moralità pubblica e il buon costume”, consolidando antichi ed
arretrati orientamenti culturali, palesemente rilevabili da chiunque
volesse compulsare i precedenti testi di procedura penale dell’Italia
pre e post unitaria (il Codice napoletano del 1819, ad esempio, li
indicava fra i reati che “attaccano la pace e l’onore delle
famiglie”).
Ma nel frattempo l’enorme diffusione delle tecnologie, prima fra
tutti internet, ha comportato un’altra autentica rivoluzione
riguardo alla fruizione di materiali pornografici.
E se i nostri nonni o bisnonni magari nascondevano nei recessi dei
cassetti qualche cartolina o fotografia ingiallita di donne ritratte in
pose ammiccanti fra i velluti di qualche maison close, o se ai tempi
del film di Pasolini erano già ampiamente disponibili al pubblico
riviste all’epoca definite “sconce” e acquistate con circospezione
sul retro delle edicole, con l’ammiccante complicità del giornalaio
di fiducia, oggi le statistiche ci raccontano di una vasta platea di
giovanissimi (anche preadolescenti) che accedono alla rete con
disarmante facilità per usufruire di contenuti video pornografici di
ogni genere.
E se le cronache più recenti ci raccontano di un allarmante e
rilevante aumento di raccapriccianti episodi di stupro, soprattutto
di gruppo, in cui il più delle volte le vittime sono delle ragazzine
minorenni (o appena maggiorenni) e i carnefici dei loro coetanei,

un fenomeno davvero inquietante, ci si chiede quale sia il rapporto
dei cosiddetti millennials con il sesso e più in generale con la sfera
dell’affettività interrelazionale nel delicatissimo e sovente confuso
momento di passaggio fra l’infanzia e l’età adulta. E quanto incida
sulla “formazione” dei ragazzi di oggi il consumo, che potremmo
definire compulsivo, di questo materiale così agilmente fruibile con
un clic sul telefonino che, come risulta evidente a chiunque li
osservi nella loro quotidianità, è divenuto una sorta di
prolungamento fisico delle loro mani, ma più ancora delle loro
teste.
È certamente pericoloso instaurare a livello teorico una inevitabile
correlazione fra violenza sessuale e assuefazione ai superficiali e
meccanici modelli di interazione proposti nei video porno
disponibili in rete. Ma di sicuro se all’interno delle due primarie
agenzie sociali preposte alla formazione dei giovani, ovvero la
famiglia e la scuola, si seguita a vivere come un sostanziale tabù
l’argomento sesso, ma si dovrebbe più correttamente dire, in senso
più ampio, il tema dell’educazione affettiva, relazionale,
sentimentale, se si continua a delegare (anche se
involontariamente, ma pur sempre per inerzia) alla pornografia
l’approccio e la scoperta dei rapporti con il proprio o l’altrui sesso
ad un’età in cui è inevitabile saperne poco o nulla, allora è
pressoché inevitabile che il disastro sia dietro l’angolo.
Si discute da decenni in Italia intorno all’introduzione nelle scuole
di corsi di educazione sessuale (ma, appunto, più in generale,
all’affettività tout court), senza che si sia mai riusciti ad arrivare ad
una soluzione organica e strutturale, ovvero non semplicemente
affidata all’iniziativa sporadica di singoli insegnanti o istituti.
I giovani oggi, per un verso, come dimostrano tanti contenuti a
loro rivolti, ma anche da loro prodotti, come libri, blog, video,
sono evidentemente più aperti alla cosiddetta fluidità di genere,
alla libertà dell’indirizzo sessuale, e per la maggior parte non si
scandalizzano per le scelte dei loro coetanei che in passato
avrebbero creato invece imbarazzi, umiliazioni, in un contesto in

cui l’amore o comunque le relazioni considerate “non ortodosse”
venivano relegate nella più angusta clandestinità.
Ma per contro, pur appunto in una società che in generale ha
apertamente sdoganato comportamenti, espressioni affettive,
legami un tempo non troppo lontano stigmatizzati come indecenti
e proibiti, molti ragazzi e ragazze risultano estremamente
impreparati proprio nell’affrontare il cuore di una relazione, la sua
dimensione puramente affettiva, se vogliamo, romantica.
Gli esecrabili episodi di violenza che le cronache ci riportano sono
l’esito più drammatico, la punta di un iceberg che, sotto la
superficie di un mare tutt’altro che tranquillo, si allarga e si radica
nell’abisso di una sostanziale ignoranza sentimentale.
L’intimità è spesso vissuta con imbarazzo e di sicuro la triste
ripetitività degli amplessi veicolati dal porno non rappresenta un
buon viatico per superarlo.
Ancor meno d’aiuto, per entrare nell’altrimenti ricco mondo delle
emozioni che l’amore concepito in modo sano consente di
esplorare, è la concezione del corpo altrui come oggetto di cui
appropriarsi prescindendo da ogni forma di rispetto e sensibilità.
Il corpo visto come mero obiettivo di conquista, da esibire poi
come trofeo o, peggio, da utilizzare come arma di ricatto, è quanto
di più lontano si possa concepire per sviluppare una equilibrata
consapevolezza del significato autentico e profondo delle relazioni
umane.
Dunque ai giovani (ma sicuramente anche a molti adulti che
vogliano essere, da genitori, parte integrante e attiva di un
cambiamento di rotta oggi più che mai necessario e urgente)
servono guide, insegnanti, psicologi, figure insomma capaci di
illustrare e mostrare loro, con un linguaggio e una prospettiva
adeguati alla loro sensibilità, il sentiero della buona educazione
sentimentale, che pur non privo di ostacoli, può condurre però alla
fine all’apprendimento di una corretta informazione su un ambito
così imprescindibile della vita, così da creare una società più sana,
più libera, si auspica meno violenta e dunque, in definitiva, più
felice.

L’empatico e il narcisista

 

Roma 24 giugno 2023

A cura del dott. Marco Salerno

 

Cos’è l’empatia? Ce lo dice l’etimologia del termine: si tratta di
una parola di origine greca che significa letteralmente “sentire
dentro”, provare, o meglio, comprendere dentro di noi le
sensazioni di qualcun altro con cui entriamo in connessione
emotiva.
È certamente una gran qualità essere empatici, sapersi mettere
nei panni degli altri, o come dicono gli anglosassoni, nelle loro
scarpe.
Ma talvolta queste scarpe non sono esattamente le più comode,
anzi.
Quando un empatico incontra un soggetto psicologicamente
narcisista tende a gestire il rapporto secondo la propria etica,
col rischio di cadere a sua volta vittima delle perniciose
manipolazioni che quell’individuo può mettere in atto.
Insomma, se da una parte l’empatia è un po’ come un dono,
dall’altra può rendere chi ne è capace una possibile preda di chi
è in grado di approfittare senza alcuno scrupolo morale
dell’apertura altrui.
Badate bene, non della debolezza, ma della generosa
comprensione che l’empatico dimostra al suo prossimo.
Dunque è sempre molto importante ricordare che, quando ci si
imbatte in un soggetto tossico, che sia un narcisista vero e
proprio o anche un co-dipendente capro espiatorio, si tratta in
entrambi i casi di individui che vogliono succhiarci delle energie:
il primo, soprattutto se covert, estremamente abile a carpire i
nostri segreti stati d’animo, che a sua volta non prova, essendo
un arido, e approfittarne per riuscire a procacciarsi la sua brava
dose di approvvigionamento narcisistico; il secondo,
tendenzialmente non un vero e proprio predatore, talvolta in
fondo anche buono, ma talmente centrato su se stesso da non

vedere altro che i suoi problemi e dunque estremamente
richiedente.
Quest’ultimo, il co-dipendente capro espiatorio, è sempre alla
spasmodica ricerca di conferme negli altri, ma non ne avrà mai
a sufficienza, così come non troverà abbastanza efficaci le
soluzioni che gli offrirà l’eventuale empatico di turno che gli avrà
generosamente prestato le sue attenzioni.
Sono i classici amici che tutti abbiamo incrociato nella vita
prima o poi, che ti parlano dei loro problemi, sottolineando in
genere vittimisticamente il crudele destino che li ha colpiti, ma
lo fanno solo per assorbire il nostro tempo, non perché
desiderino realmente che chi dà loro ascolto li aiuti ad uscire dal
tunnel in cui sono perpetuamente assorbiti.

Certamente anche il narcisista assume un comportamento che
è volto ad ottenere attenzioni, ma lo scopo che lo spinge ad
agire è sostanzialmente la manipolazione della vittima
prescelta, mentre il co-dipendente capro espiatorio non ha la
stessa consapevolezza del narcisista, è piuttosto spinto da un
reale bisogno di attenzioni, in quanto incapace di amarsi.
La questione fondamentale è in definitiva che il soggetto sano,
empatico, deve essere in grado non solo di riconoscere chi si
trova di fronte, ma soprattutto di dosare con raziocinio e cautela
(se è il caso) la propria disponibilità, anche se l’istinto sarebbe
quello di dare più del dovuto agli altri, anche quando si tratta di
soggetti tossici o potenzialmente tali, perché tende a ravvisarne
la profonda debolezza, ad avere una sorta di pietà per il vuoto
che li caratterizza.

Ma quando è necessario deve prevalere sì l’istinto, ma quello
(direi animale e atavico) di preservazione, altrimenti si rischia
seriamente di soccombere a propria volta nel gorgo delle
manipolazioni o delle sabbie mobili dell’autocommiserazione
altrui.

E inoltre è vitale sapersi imporre quando la situazione lo
richiede, per non lasciare il mondo sempre in mano ai predatori,
a coloro che senza alcuna remora aggrediscono, divorano tutti i
miti “erbivori” che intralciano il loro cammino.

A forza di voler essere sempre comprensivi, cercare di trovare
la recondita ragione della malvagità altrui, si finisce a volte
quasi per giustificarla, cosicché l’empatia verso il prossimo si
può trasformare nell’autostrada senza pedaggi per chi
viceversa impronta la propria esistenza alla prepotenza, al
raggiro, all’egoismo, alla fame insaziabile di potere.
Questo non significa assolutamente passare al “lato oscuro
della Forza” (per utilizzare una metafora cinematograficamente
celebre), ma solo porre dei limiti giusti ed equilibrati al di per sé
ammirevole desiderio di abbracciare il mondo dando tutto se
stessi.

 

Credits: www.pierandreapriolo.it

Bibliografia: Bibi Hayworth, 7 anni di buio, Amazon