Roma 29 luglio 2023

 

A cura del dott. Marco Salerno

 

Di certo una relazione con un (o una) narcisista, come ormai
ben sappiamo, lascia profonde ferite nelle vittime, in chiunque
abbia subito gli abusi psicologici, talvolta anche fisici, del
partner affetto da questo grave disturbo della personalità.
Però, se qualcosa di buono si può trarre da un’esperienza che il
più delle volte risulta profondamente traumatica, è il desiderio o
quanto meno l’impulso, che si produce nella vittima, di
intraprendere un percorso di cura che la aiuti, attraverso la
disamina di quanto le è accaduto, a conoscere meglio sé
stessa.

Solo attraverso una profonda e sincera conoscenza di sé si
arriva ad amarsi veramente, ad acquisire dunque anche quelle
capacità di difesa personale che proteggono dagli assalti di quei
soggetti che ad altro non anelano se non alla totale distruzione
mentale del proprio prossimo.
Conoscersi per riconoscersi, per valutarsi appropriatamente, è il
passaggio fondamentale nella vita di ognuno di noi per
acquisire gli strumenti necessari a vivere meglio, in sano
equilibrio.
Ecco dunque che talvolta uno shock, un trauma affettivo e
relazionale, può rappresentare l’innesco per iniziare un
cammino che alla fine promette di rivelare a noi stessi anche lati
della nostra personalità di cui forse non sospettavamo neppure
l’esistenza, depositi nascosti di risorse in grado di farci
apprezzare quanto di meglio la vita può offrire e al contempo
non farci soverchiare da quanto di pericoloso e nocivo la stessa
vita può riservarci, nostro malgrado.
Chi è stato vittima di un narcisista, ad ogni modo, non sempre e
necessariamente era qualcuno che non si conosceva

abbastanza, che non aveva una buona consapevolezza di sé o,
come si tende a pensare generalmente, un soggetto fortemente
incline alla dipendenza affettiva.
Talvolta, anche se la letteratura non è concorde su questo
punto, vittime dell’abuso narcisista, possono essere anche
individui cosiddetti complementari.
Secondo alcuni studiosi, tali soggetti possono configurarsi come
vittime solo nel momento in cui la relazione col narcisista vira
verso la fase della svalutazione e dello scarto, quando iniziano
a subire effettivamente le violenze psicologiche del soggetto
patologico.
Ma inizialmente no, sono complici del soggetto abusante, nel
senso che, percependosi come persone di un certo livello
(culturale, economico etc), non riescono a sentirsi appagate in
un rapporto con un partner “normale”: cercano emozioni forti,
situazioni che possano donare loro il brivido
dell’anticonformismo, e spesso lo trovano in soggetti patologici.
Essendo il più delle volte anche molto intelligenti, avvertono il
pericolo insito in certe determinate personalità che non
rientrano nel canone della normalità, ma il desiderio di qualcosa
di diverso, di non comune, forse anche un eccesso di ciò che i
greci chiamavano hybris, dunque una certa quale temerarietà,
spinge i “complementari” a buttarsi nella relazione
potenzialmente tossica, che almeno non li annoierà come
quelle già sperimentate con partner “sani”.
La tempesta iniziale di emozioni non tarderà a rivelarsi per
quello che è, un effimero e tragico sipario dietro cui si cela una
scena fatta di sofferenza e abuso manipolatorio, che farà
pagare un conto quanto mai salato a chi ha creduto di poter
giocare col fuoco senza bruciarsi.
Questa categoria, diciamo così, di vittime, avrà bisogno, una
volta uscite dalla relazione tossica, per l’appunto di
disintossicarsi, cercando di trovare la via terapeutica più
consona per diventare finalmente capaci di indirizzare le proprie
attenzioni affettive verso chi lo merita davvero ed è in grado di

restituire amore e attenzioni in un ambito relazionale salubre ed
equilibrato.
L’empatico, viceversa, è la vittima se non predestinata, di certo
favorita, dei narcisisti.
È colui o colei che possiede un’intelligenza emotiva di livello
assai superiore alla media e che si preoccupa eminentemente
del benessere altrui, troppo spesso dimenticando il proprio.
Ecco perché è tanto facilmente preda di soggetti del tutto
indifferenti non solo al benessere, ma soprattutto alla
sofferenza, che possono provocare negli altri, caratteristica che
sappiamo essere precipua dei narcisisti.
Costoro si fingeranno vittime di fronte agli empatici, ben
sapendo che questi si faranno in quattro per aiutarli, per
sostenerli, per metterli a loro agio, ignorando (o sforzandosi di
ignorare) il mostro che si cela dietro la maschera.
Chi ama l’amore, con un’ingenuità e una purezza di spirito che
spesso può addirittura apparire infantile, rappresenterà sempre
una fonte inesauribile di approvvigionamento per l’ego
smisurato di un narcisista, cui si darà con slancio e generosità
inusitati, fino a che si ridesterà dalla bolla di illusione, allorché
inizierà a diradarsi la nebbia e si delineerà chiaro il panorama
manipolatorio e violento di prevaricazione e abuso, volto alla
demolizione della vittima.

Fortunatamente però, a differenza dei complementari, gli
empatici hanno più probabilità di innamorarsi anche di persone
“normali” e sane.
Spesso, dopo un percorso terapeutico a seguito della fine di
una relazione con un narcisista, l’empatico impara ad essere
meno ingenuo e a riconoscere (allo stesso modo del
complementare caduto, seppur consapevolmente, nella rete del
narcisista) chi merita davvero tutta quella abnegazione affettiva
di cui è capace.